India: stravince il nazionalismo di Modi

  • Posted on: 1 June 2019
  • By: Anonimo (non verificato)

di Motilal Patel, da Nuova Delhi
Il Primo Ministro Narendra Modi ha vinto, alla testa del suo partito BJP (Bharatya Janata Party) le elezioni politiche indiane appena conclusesi, dopo un esercizio elettorale durato 41 giorni, infliggendo una secca sconfitta al tradizionale Partito del Congresso della dinastia Nehru-Gandhi.
Gli stessi analisti ed osservatori che prima delle elezioni avevano previsto, pur senza ipotizzare una perdita della maggioranza da parte del partito di Modi, una flessione nel numero dei seggi più o meno accentuata, si interrogano ora sulle ragioni di un’affermazione così eclatante da suscitare diversi dubbi sulla regolarità del processo elettorale.
Il valore epocale della rielezione di Modi si misura non soltanto sui numeri assoluti dei seggi conquistati , 304, ben oltre la soglia della maggioranza (272), ma dalla ripartizione geografica del successo. La nuova mappa politica dell’India, infatti, vede il BJP prevalere non solo nei suoi tradizionali bacini di voti, ma anche in Stati a forte presenza musulmana ed in quelli meridionali in passato fedeli al Congress, a testimonianza del fatto che la fiducia della popolazione indiana verso Modi va al di là dei particolarismi dei singoli Stati, pure molto accentuati.
I motivi del responso elettorale, abbastanza prevedibile nell’esito ma inaspettato nelle dimensioni e nel suo significato, possono essere individuati, almeno parzialmente, nei seguenti punti.
Dopo il ripetersi, nelle legislature passate, di numerosi scandali che avevano visto coinvolti esponenti politici di rilievo, l’elettorato ha apprezzato una legislatura in cui nessun membro del Governo, nonostante le accuse di nepotismo e affarismo da parte degli avversari politici, è stato ufficialmente coinvolto in episodi di corruzione.
In particolare, è diffusa l’immagine di Modi quale politico integro, con intenti trasparenti, sia pur criticabili e criticati dai propri avversari.
Modi ha saputo condurre la campagna elettorale sui temi a lui più cari e su cui riscuote i maggiori consensi nella popolazione: il nazionalismo indù all’interno e l’immagine di un Paese fiero e protagonista all’esterno.
La gestione muscolare del mini conflitto con il Pakistan, con il bombardamento di un presunto campo di addestramento di estremisti islamici che aveva rivendicato un attentato contro soldati indiani nel Cachemire, sicuramente gli ha fatto guadagnare molti consensi e ha distolto l’opinione pubblica dagli enormi problemi sociali del Paese.
La campagna elettorale e la proposta politica del Congresso sono state obiettivamente deboli, troppo incentrate sulla critica, a volte inutilmente astiosa a Modi e su promesse generiche di riforme sociali fatte da chi non aveva saputo realizzarle nei venti anni passati al governo.
La dimensione della sconfitta del Partito di Gandhi è simboleggiata dal risultato nello Stato di Uttar Pradesh, il più popoloso dell’India, dove la presenza di Pryanka Gandhi, figlia di Sonia e nipote di Indira, dotata a detta di tutti di maggiore carisma rispetto al fratello Rahul, leader del Partito, avrebbe dovuto condurre ad un notevole incremento di seggi. Clamorosamente il Congress ha conquistato solo un seggio su 80!
In un contesto, anche e soprattutto mediatico, favorevole al Premier uscente sono passati in sott’ordine i grandi problemi che affliggono il Paese, su cui il giudizio dell’elettorato sarebbe stato sfavorevole. Problemi che determinano, nonostante gli indici macro-economici positivi, la persistente arretratezza di uno Stato in cui la distanza tra l’elite e le grandi masse aumenta alla velocita’ della luce.
Innanzitutto il deterioramento del clima sociale indotto dall’agenda induista del Governo, dopo anni di relativa pace. Fenomeni come il linciaggio di musulmani accusati dagli induisti di commercializzare carne di vitello sono divenuti più frequenti negli ultimi cinque anni e destinati ad aumentare, secondo molti analisti, a seguito di un’affermazione così ampia del nazionalismo induista in un Paese in cui vivono circa duecento milioni di musulmani. Le vacche in India possono continuare a dormire sonni tranquilli.
Il tasso di disoccupazione secondo stime ufficiose è più che raddoppiato negli ultimi otto anni, passando dal 2-3 per cento nel 2011 al 6 per cento nel 2018. Con 1,3 miliardi di abitanti (di cui la meta’ sotto i 27 anni), ogni mese 1,3 milioni di giovani aumentano il numero della popolazione in eta’ lavorativa. È facile immaginare come il mercato del lavoro, peraltro costituito in larga parte dal settore informale, non riesca ad assorbire la nuova e crescente domanda, penalizzando soprattutto la categoria dei giovani più istruiti che non riescono a trovare occasioni professionali corrispondenti al titolo di studio posseduto. Alcuni casi sono clamorosi: 2,3 milioni di giovani hanno fatto domanda nel 2015 per 368 posti da usciere. Tra loro 150 mila laureati.
Nel 2018, 25 milioni di giovani hanno partecipato alla selezione per 90.000 posti nelle Ferrovie dello Stato.
Dei 10 milioni di nuovi posti di lavoro l’anno promessi nel 2014 dal Partito di Modi neanche l’ombra, tanto che questa volta il Premier è stato più prudente, parlando genericamente di nuove opportunita’ professionali per i giovani.
L’agricoltura continua a costituire un settore trainante nell’economia indiana, eppure il suo contributo alla formazione del PIL si è ridotto negli ultimi anni, a fronte pero’ di una quantita’ di lavoratori agricoli rimasta invariata, determinando così una riduzione del reddito contadino e delle condizioni di vita nelle aree rurali.
Insomma, motivi di scontento e di critica verso il passato governo ve ne erano a sufficienza, eppure gli elettori indiani hanno preferito sorvolare e rilasciare una nuova cambiale in bianco a Modi ed al suo partito, non giudicando valida e credibile l’alternativa costituita dal Congress.
L’impressione è che l’appuntamento dell’India con lo sviluppo, non inteso in senso macro-economico ma come evoluzione culturale, sociale e di condizioni di vita della popolazione nel suo complesso, sia ancora rimandato.