Rivoluzione russa, Rivoluzione oggi. “Dopo il ’17: poteva andare diversamente”

  • Posted on: 13 November 2017
  • By: Anonimo (non verificato)

di Dino Greco –
Nel momento in cui celebriamo l’avvento, nella storia umana, del primo stato operaio – della prima rivoluzione proletaria, che tanto ha influenzato il movimento comunista internazionale, la vittoriosa lotta anticoloniale in tre continenti e che ha cambiato l’intera storia umana, alimentando su scala planetaria la consapevolezza che i rapporti sociali capitalistici non segnano i confini invalicabili della storia umana, ma possono essere rovesciati per costruire un mondo di liberi ed eguali, non possiamo non chiederci (dobbiamo chiederci!) come e perché nel giro di 70 anni si sia verificato il passaggio dal capitalismo al socialismo e poi – a ritroso – dal socialismo al capitalismo nella sua forma più oligarchica, autocratica, mafiosa. Come, in altre parole, il socialismo si sia convertito nel suo opposto.
Dobbiamo farlo, se non vogliamo consegnarci alla pura rievocazione nostalgica, ad un ruolo di pura testimonianza, se vogliamo dare un senso attuale al nostro essere comunisti oggi, a rivendicare l’attualità, la necessità storica della rivoluzione socialista.
Lo sforzo di capire e di “studiare per capire” è assolutamente essenziale. Dove capire vuol dire darsi gli strumenti (le categorie intellettuali) per comprendere la realtà e fondare su questa analisi rinnovata una teoria della rivoluzione in Occidente, sulla strada tracciata da Antonio Gramsci, e poi una strategia e poi una tattica che non siano consegnate all’improvvisazione e, alla fine, alla subalternità e alla sconfitta.
Solo se sai decifrare la realtà che ti circonda, solo se ne sai disvelare l’arcano (come ci ha insegnato a fare Marx) la rievocazione ha un senso, esce dal passato in cui è altrimenti congelata, ossificata, e diventa presente vitale, capacità di leggere e trasformare la realtà.
Altrimenti è pura esercitazione scolastica, priva di qualsiasi capacità rivelatrice.
Non averlo saputo fare in modo adeguato è una delle ragioni (sebbene non la sola) dell’impasse del presente.
L’Ottobre – aveva scritto Gramsci in un articolo apparso sul Grido del popolo – “rovesciava i canoni del materialismo storico” in quanto la rivoluzione si verificava non in uno dei punti alti dello sviluppo capitalistico, come previsto dal fondatore del socialismo scientifico, ma in un paese arretrato e in tanta parte ancora semi-feudale.
Una rivoluzione che pareva contraddire la classica formula di Marx, contenuta nella Prefazione del ’59 a Per la Critica dell’economia politica, dove il Moro affermava che “una formazione sociale non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; e nuovi superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”.
Del resto, con la lettura che oggi, a distanza di un secolo, possiamo compiere degli eventi e delle dinamiche che hanno condotto all’implosione e alla disgregazione dell’Urss, al drammatico epilogo di quello che Rita Di Leo ha chiamato l’”esperimento profano”, si può ritenere che proprio l’arretratezza della formazione economico-sociale russa nella quale si compie la rivoluzione, l’isolamento e la drammaticità
del contesto in cui furono posti i primi mattoni dell’edificio socialista, l’effetto inerziale di trascinamento del modo di produzione gerarchico piramidale asiatico che riemerge potentemente dalle viscere profonde di quel paese nel lungo termidoro staliniano, hanno segnato – parafrasando Gramsci – una sorta di rivincita del capitale sulla rivoluzione.
Resta il fatto, incontrovertibile, che Lenin la rivoluzione non si limita a teorizzarla, ma la fa, nelle condizioni date, e questo esalta, creativamente, la funzione del momento soggettivo, la rottura con ogni interpretazione meccanicistica, deterministica, che si era affermata nella Seconda Internazionale, che non fu mai di Marx, il quale non ha fondato una filosofia aprioristica della storia, ma che viveva nella vulgata del gradualismo kautskiano.
Ciò non significa che le cose dovessero necessariamente andare come sono effettivamente andate: il lavoro di una seria storia controfattuale, condotta con la prudenza e l’umiltà che sono proprie di ogni seria indagine storica, si impone per analizzare quali siano stati i condizionamenti, gli errori, le rotture di faglia, gli snodi politici, le responsabilità soggettive che hanno condotto alle profonde degenerazioni che hanno segnato l’involuzione del processo rivoluzionario, il suo contrappasso, sino alla finale trasmutazione nel suo opposto.
Angelo D’Orsi ci ha già detto tutto l’essenziale, con riguardo agli eventi che portano dalla prima fase della rivoluzione, nel febbraio del ’17, dopo la liquidazione della monarchia, al 7 aprile del ’17, quando Lenin rientra in Russia dall’esilio svizzero e formula la sua proposta di svolta, affidata ad un testo intitolato Sui compiti attuali del proletariato rivoluzionario, poi passato alla storia come le Tesi di Aprile, i cui punti cardinali erano il ritiro dell’appoggio al governo provvisorio, la fine del dualismo di potere (“non vi possono essere due poteri in uno Stato. L’uno dei due deve scomparire”) con l’assegnazione di tutto il potere ai soviet, il ritiro della Russia dalla guerra imperialista, terra ai contadini e l’avvio di una fase di transizione fondata su un programma immediato di trasformazione del carattere dello Stato, del potere ispirato al modello della Comune di Parigi del 1871, il solo quanto straordinario antecedente di uno stato operaio, “la forma politica finalmente scoperta – come la definì Karl Marx – della dittatura del proletariato”.
Quel modello era stato esplicitamente ripreso in Stato e rivoluzione, la cui stesura Lenin non aveva ancora ultimato, spiegando egli stesso che la rivoluzione attendeva ora di essere compiuta, prima che raccontata.
Qui c’è un primo nodo da sciogliere.
Perché nel gruppo dirigente bolscevico si apre un aspro dissenso.
Lenin si trova in una prima fase in minoranza (come lo sarà all’inizio in occasione della pace di Brest e in altre occasioni ancora, come vedremo).
Kamenev e Zinoviev lo accuseranno addirittura di avventurismo.
“E’ il delirio di un pazzo. Ci farà fare la fine dei comunardi sulle barricate di Parigi”.
In realtà li porterà alla vittoria.
C’è in sede storica una posizione secondo la quale la rivoluzione voluta da Lenin introdusse un’accelerazione e una torsione radicale a cui vengono imputati i guasti successivi.
Secondo questa tesi la via giusta sarebbe stata quella di lasciare che la fase democratico-borghese producesse i suoi frutti.
Ma è una tesi senza fondamento storico, perché trascura la realtà e cioè che Kerenskij e il blocco sociale che lo sosteneva non avevano alcuna intenzione di porre fine alla guerra, tanto meno di distribuire la terra ai contadini e che l’alternativa vera di fronte al paese non era governo democratico borghese o dittatura del proletariato, bensì rivoluzione socialista o restaurazione reazionaria, come dimostrò il tentativo di colpo di Stato del generale Kornilov (che proprio Kerenskij aveva nominato capo di stato maggiore) e in seguito il tentativo del capo del governo di liquidare i bolscevichi, disponendo l’arresto di tutti i suoi principali dirigenti.
Ci sono altre due palesi mistificazioni che hanno libero corso nella narrazione anti-bolscevica di cui è necessario dare conto.
La prima è quella che spaccia la rivoluzione per un putsch, per un colpo di stato ad opera di una minoranza di spregiudicati avventurieri che avrebbero semplicemente saputo sfruttare una congiuntura favorevole, determinata da fortunate condizioni e da errori altrui.
Questa bizzarra tesi sta in piedi solo a patto di negare la realtà dei fatti e cioè che i bolscevichi avevano conquistato la maggioranza assoluta nei soviet, godevano di un largo consenso fra gli operai e fra i soldati e i contadini non potevano non essere attratti da una rivoluzione che prometteva loro la terra mentre il governo liberal-democratico gliela negava.
Questa colossale fola si infrange contro la constatazione che una minoranza golpista non sarebbe mai stata in grado di rompere l’assedio e battere la contro-rivoluzione.
Quanto all’altra favola del feroce spargimento di sangue provocato dai bolscevichi, basta ricordare che la presa del Palazzo d’inverno provocò meno di dieci vittime e che il millantato pogrom ai danni degli avversari della rivoluzione non vi fu affatto.
C’è una significativa testimonianza del giornalista americano A. R. Williams che ricorda come nel momento della presa del Palazzo d’inverno, Antonov-Ovseenko, che dirigeva il distaccamento della guardia rossa, si rivolse in questo modo ai suoi compagni:
“Il primo di noi che tocca un prigioniero lo fucilo… Sapete dove porta questa follia? Quando uccidete una guardia bianca, uccidete la rivoluzione, non la contro-rivoluzione. Ho dato vent’anni di vita in esilio e in prigione per questa rivoluzione (…). Essa (…) significa qualcosa di migliore, significa vita e libertà per tutti. Anche voi offrite il vostro sangue e la vostra vita per la rivoluzione, ma dovete anche offrirle qualcos’altro (…): la vostra intelligenza. Dovete impegnarvi per la rivoluzione al di là del soddisfacimento delle vostre passioni. Avete avuto il coraggio di condurre la rivoluzione alla vittoria. Ora, in nome del vostro onore, dovete dare prova di magnanimità. Voi amate la rivoluzione. La sola cosa che vi chiedo è di non uccidere ciò che amate”.
Il bagno di sangue si verificherà invece con l’assedio condotto contro la Russia rivoluzionaria da 14 nazioni, fra le quali la Francia, l’Inghilterra, l’Italia, gli Stati Uniti e dalle truppe “bianche” di Kol?ak e Denikin che provocheranno con ogni mezzo ad ammazzare nella culla la rivoluzione.
E’ bene tenere presente che Lenin e l’intero gruppo dirigente bolscevico pensano che la rivoluzione non reggerà se quella scintilla non farà scatenare la rivoluzione in Occidente, soprattutto in Germania e in Italia dove le condizioni paiono mature.
Lenin, Trockij, Radek, Zinoviev, Kamenev, Bucharin sono convinti che siamo nell’imminenza di un sommovimento rivoluzionario nel cuore dell’Europa.
Ma è un’illusione: la sconfitta del movimento operaio italiano e dell’occupazione delle fabbriche del ‘19-’20 e il tradimento della socialdemocrazia tedesca che diviene complice della repressione del movimento spartachista e dell’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht mette fine a quella speranza.
Alla sconfitta del movimento operaio in quei paesi corrisponde la svolta reazionaria che porterà al fascismo in Italia e, più tardi, con la caduta della repubblica di Weimar, all’avvento al potere di Hitler in Germania.
Il tema che allora si pone in Russia diventa uno solo: difendere la rivoluzione in un paese solo, un paese dalle dimensioni sterminate (dagli Urali al Pacifico), segnato da differenze etniche e da storie diversissime, dove pochi nuclei di classe operaia (concentrati prevalentemente a Mosca e a Pietrogrado) galleggiano su un mare di contadini.
L’imperativo è difendersi, dunque, prima di tutto e a qualsiasi costo.
La disciplina è durissima e di tipo militare, anche in economia. E’ il “comunismo di guerra”, con la requisizione delle terre, il lavoro obbligatorio, la riduzione delle razioni alimentari, l’enorme prezzo pagato dai contadini.
La guerra, di inaudita durezza, viene vinta.
Ma qualcosa scricchiola.
La chiusura delle fabbriche e la riduzione delle razioni alimentari provoca scioperi a Mosca e a Pietrogrado: particolarmente gravi quelli nella ex-capitale del nord, dove fu nuovamente imposto lo stato d’assedio: i bolscevichi si sentivano rinfacciare ciò che essi stessi avevano sostenuto nei loro programmi e che ora non erano in grado di realizzare.
Diceva un delegato contadino ad un congresso dei soviet:
“I contadini lavoreranno sempre, non risparmieranno i loro figli, non risparmieranno il sangue. Siamo stati in Germania, siamo stati sugli Urali, abbiamo battuto Kolchak abbiamo battuto Denikin, li batteremo ancora. Sono scappati. Se torneranno li cacceremo un’altra volta. Ma vorremmo non essere tormentati invano… il lavoro deve essere libero…”.
I rischi di una degenerazione burocratica erano stati visti con lucidità da Rosa Luxemburg nei suoi primi commenti sulla rivoluzione russa, nel 1918, e ne aveva messo in guardia i suoi dirigenti.
“Col soffocamento della vita politica in tutto il paese – aveva scritto – anche la vita dei soviet non potrà sfuggire ad una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata e di riunione illimitata, libera lotta di opinione in ogni libera istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in essa l’unico elemento attivo rimane la burocrazia”.
E aggiungeva: “L’errore fondamentale della teoria leninista-trockista è quello di contrapporre, esattamente come Kautsky, dittatura (del proletariato, ndr) e democrazia (…). Quest’ultimo naturalmente opta per la democrazia e precisamente per la democrazia borghese. Lenin e Trockij optano per la dittatura (del proletariato, ndr)”.
Per così concludere: “E’ compito storico del proletariato, una volta giunto al potere, creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non abolire ogni democrazia”.
L’insieme della crisi finì per prendere un nome: Kronstadt.
La rivolta della celebre fortezza marittima, che con i suoi marinai era stata nel ’17 uno dei massimi focolai della rivoluzione, cominciò il 1° maggio del ’21 in connessione con gli scioperi di Pietrogrado.
Gli insorti rivendicavano “potere ai soviet, non ai partiti” e sognavano una terza rivoluzione.
L’insurrezione fu infine schiacciata con un’offensiva comandata da Trockij e da Tuchacevskij.
La rivolta fu attribuita ai socialisti rivoluzionari, agli anarchici, ad elementi menscevichi. Ma la spiegazione non convince: lo stesso partito bolscevico di Kronstadt si spaccò in tre parti, quelli a favore della rivolta, quelli contro e i neutrali.
Quella lotta furibonda fra uomini che uscivano appena da una guerra fatta insieme nel nome della stessa rivoluzione fu il sintomo più allarmante di un possibile crollo del potere nato nell’ottobre del ’17.
Emerge qui un elemento fondamentale: nella rivoluzione “sovietica”, il soggetto decisivo e centrale, destinato ad occupare tutto il potere e non solo in una fase transitoria è il partito che diviene il fulcro dell’intero edificio istituzionale.
Si verifica cioè una fondamentale deviazione dal progetto politico originario: il partito non è più solo il motore della rivoluzione, ma sostituisce i soviet come fulcro del nuovo potere.
Inizia qui una profonda riflessione di Lenin, che critica pubblicamente il comunismo di guerra come soluzione imposta dalle circostanze, ma che ora esige un ripensamento radicale perché rischia di compromettere ciò che per lui è la condizione stessa della rivoluzione: l’alleanza fra operai e contadini.
Il risultato di questo esame critico è la svolta della Nep (la Nuova Politica Economica fondata su un sistema ad economia mista, con una parziale rivalutazione del mercato, con la reintroduzione della libertà di commercio che scontava una certa rinascita del capitalismo, con il blocco delle nazionalizzazioni, ecc.), sebbene con il potere saldamente nelle mani del partito che aveva fatto la rivoluzione.
Questo accentramento del potere nelle mani del partito porta tuttavia ad un’altra conseguenza, tutta politica: vengono messi fuori legge i partiti non bolscevichi, i menscevichi, i socialisti rivoluzionari: il partito bolscevico diventa il solo partito legale del Paese, il vero organo dirigente, lungo un processo che porterà alla progressiva identificazione del partito con lo Stato.
In questo quadro si svolge il X congresso, uno dei più tesi e drammatici dell’intera storia bolscevica.
Si fronteggiano due posizioni: quella di Trockij e di Bucharin che volevano una trasformazione pianificata dei sindacati in apparati dello stato operaio, cioè verso una graduale simbiosi fra organismi sindacali e sovietici.
Al lato opposto c’era il gruppo dei sindacalisti, la cosiddetta “opposizione operaia” guidata da Alexander Sljapnikov, capo del sindacato dei metallurgici, e da Aleksandra Kollontaij, che volevano che la pianificazione centralizzata fosse affiancata da un controllo operaio, fabbrica per fabbrica, e che la direzione dell’economia da parte dei sindacati si esercitasse a tutti i livelli, partendo dalla singola azienda, mediante elezioni sindacali di coloro che dovevano gestire tecnicamente l’attività produttiva, con alla vetta un “congresso nazionale dei produttori” che avrebbe eletto la direzione centrale dell’intero apparato economico.
Vista a distanza di tempo, nel tragico quadro dell’epoca, quella discussione può quasi presentare aspetti di irrealtà.
Certo è che, ad un occhio attento non può sfuggire che vennero affrontati temi di fondo per una società socialista, tanto che quel duro confronto offre ancor oggi spunti importanti di riflessione.
La discussione non ebbe il tono di un semplice dibattito, ma quello di un’aperta lotta politica.
La conclusione fu secca ed inequivocabile: si affermò che il partito restava l’avanguardia del proletariato, la sola forza capace di “unire, educare, organizzare” la classe operaia e le masse dei lavoratori, e di “tener duro” anche in mezzo alle loro “oscillazioni” e ai loro “pregiudizi”.
Per questo la posizione di Sljapnikov e Kollontaj fu considerata un “uklon”, termine che stava per “propensione” e, più precisamente, propensione per l’anarcosindacalismo.
La parola uklon avrebbe assunto, sotto Stalin, un pesante significato peggiorativo e addirittura criminale, con tutte le conseguenze del caso.
Quel congresso assunse un’altra decisione, gravida di conseguenze. Una mozione sull’unità del partito metteva al bando le frazioni organizzate e, con una clausola tenuta segreta, autorizzava i massimi organi del partito – Comitato centrale e Commissione centrale di controllo – ad espellere gli stessi dirigenti eletti dal congresso qualora non avessero rispettato il divieto, con una decisione a maggioranza dei due terzi in seduta congiunta dei due organismi.
Da quel momento le principali decisioni vengono prese nelle massime istanze del partito: vero centro dirigente del paese diventa il Politbjuro e cresce il rilievo di un organismo che sino a quel momento aveva avuto un ruolo del tutto secondario: la segreteria.
Viene inoltre istituita la Ceka, la polizia politica, che nasce come istituzione, come apparato e che sarà destinata progressivamente ad autonomizzarsi, al di fuori di ogni controllo.
All’indomani dell’XI congresso la carica di segretario generale, mai precedentemente esistita, sarà affidata a Iosif Vissarionovi? Džugašvili, detto Stalin.
In Lenin la preoccupazione per quanto si sta verificando è tuttavia molto forte e non lo nasconde.
Si apre qui il conflitto fra Lenin (già malato) e Stalin intorno al nodo cruciale delle nazionalità e del rapporto fra le repubbliche.
Lenin pensa ad un decentramento profondo, ad una struttura federale delle repubbliche, in cui al governo centrale spettino solo la politica estera e la difesa, lasciando ad esse piena autonomia su tutto il resto, mentre Stalin ha in testa l’accentramento totale del potere e diviene l’interprete più risoluto delle propensioni che si erano sviluppate con la guerra civile.
Rimasto isolato, Lenin si schierò contro quella soluzione, vedendo in essa una soluzione malamente mascherata del vecchio “sciovinismo grande russo” cui disse di volere dichiarare “guerra a morte”.
Lo scontro diventò durissimo.
Nelle ultime note sulla questione nazionale, Lenin definirà Stalin “rozzo poliziotto grande russo” affetto da inguaribile sciovinismo.
Nella primavera del ’23, Lenin viene colpito da un colpo apoplettico che lo metterà progressivamente fuori gioco. Tuttavia continua a scrivere e a dialogare con il suo partito, il suo prestigio è immenso.
In questa fase riprende la sua riflessione intorno al carattere dello stato sovietico.
Il suo giudizio è sferzante. Parla di uno Stato affetto da una necrosi burocratica “pessimo fino all’indecenza, appena unto di olio sovietico”.
Lenin è preoccupatissimo e pone la questione di una sburocratizzazione negli apparati dello stato e in quelli di partito, propone di istituire una commissione di controllo che avesse il diritto di sindacare la stessa attività del Poljtburo in modo che nessun dirigente – neppure il segretario generale – potesse impedirle di essere informata di tutto e di verificarne con scrupolo il funzionamento.
Di questa posizione non si saprà più nulla, comparirà solo nel 45° volume delle opere complete, nell’edizione del 1970.
La stessa sorte avranno gli ultimi scritti di Lenin, indispensabili per la comprensione del suo ultimo pensiero, come quello sulla cooperazione, che rimarranno a lungo segreti, considerati addirittura inesistenti durante la dittatura staliniana e pubblicati solo dopo il XX congresso del Pcus, nel 1956.
Ebbene, Lenin pensa ad un processo di trasformazione della società cui partecipino “in modo attivo e non passivo le vere masse”, non solo la nomenclatura, l’apparato burocratico.
Nella sua estrema ricerca Lenin appare quasi isolato. La cosa non è di per sé sorprendente. Più volte gli era capitato di incontrare il dissenso o l’ostilità dei suoi compagni (nel ’17, sulla pace di Brest, sulla Nep). Ma poi li aveva indotti a seguirlo, con la forza degli argomenti e con la lotta politica.
Per quest’ultima battaglia gli mancarono il tempo e le forze.
Si va in queste condizioni al XII congresso a cui Lenin non è in grado di partecipare e al quale manda un messaggio (che passerà alla storia come il testamento di Lenin).
Lenin afferma che due cose il partito non può mai permettersi di fare: rompere con la base sociale della rivoluzione, l’alleanza fra operai e contadini, e rompere la propria unità interna.
Ma il messaggio contiene anche un giudizio sui capi bolscevichi. E ne ha davvero per tutti.
Associa Stalin, Pjatakov e Trockij nel comune rimprovero di “administrirovanie”, cioè di autoritarismo, della tendenza ad affrontare problemi politici con metodi amministrativi.
Su Kamenev e Zinoviev, a proposito dei quali osservava come non fosse stato “casuale” il loro atteggiamento nell’ottobre del ’17.
Su Trockij, “personalmente il più capace, ma non si distingue solo per qualità eminenti”, bensì “per un’eccessiva sicurezza di sé”.
Sul giovane Bucharin, “validissimo e importantissimo teorico… prediletto di tutto il partito”, ma vi è in lui “qualcosa di scolastico, non ha mai compreso veramente la dialettica”.
Ma il fuoco di fila punta soprattutto su Stalin: “Ha concentrato nelle sue mani un immenso potere e non sono sicuro che sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza”.
Pochi giorni dopo aggiunse alla lettera un non meno celebre “codicillo” con cui chiedeva di rimuovere Stalin dalla carica di segretario generale perché “troppo grossolano”, “difetto intollerabile” per chi ricopre quella funzione.
Al suoi posto andava posto qualcuno che fosse “più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso…”, ecc.
Il messaggio non verrà letto al congresso ma solo in una seduta del Comitato centrale e diventerà per anni oggetto di un singolare confronto esegetico fra i capi bolscevichi.
Lenin muore il 21 gennaio del ’24.
Dopo la sua morte comincia a praticarsi il culto del capo defunto, presto trasferito sulla persona del segretario generale, fino alle forme di vero e proprio cesarismo.
Stalin comincia a fissare la sua architettura del partito in formule icastiche e militaristiche: il partito come stato maggiore del proletariato, una specie di “Ordine dei Portaspada”.
Il partito viene raffigurato come una piramide a strati, costruito su una gerarchia di segretari.
Tutto il resto deve funzionare come una gigantesca cinghia di trasmissione:
sindacati, cooperative, Konsomol, organizzazioni femminili, la scuola, la stampa.
Dirà: “La dittatura del proletariato consiste nelle direttive del partito”.
Lo Stato che Lenin aveva definito “pessimo fino all’indecenza, appena unto di olio sovietico,” viene ora definito “il più alto tipo di apparato statale del mondo”.
E ancora, affermerà: “L’estinzione dello stato avverrà attraverso il suo rafforzamento massimo”. Tutte le edizioni di Stato e Rivoluzione appariranno da quel momento con una nota interpretativa di Stalin.
Stalin liquida la Nep, lancia la collettivizzazione forzata, la deportazione dei kulak. Si assiste ad un generale impoverimento delle masse contadine.
Ma soprattutto deflagra lo scontro interno, la lacerazione nella vecchia guardia leninista, le misure punitive nei confronti di Trockij e Zinoviev e Kamenev “uomini – scriverà Gramsci nel ’26 nella famosa lettera indirizzata al Comitato centrale del Pcus – che hanno contribuito potentemente ad educarci per la rivoluzione, che ci hanno talvolta corretto molto energicamente e severamente, che sono stati nostri maestri”.
Antonio Gramsci è preoccupatissimo – come lo fu Lenin finché rimase in vita – del rischio che si giungesse ad una scissione nel partito bolscevico. Di qui il solenne monito di Gramsci:
“Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta per le questioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle questioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e devono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato mondiale”.
Stalin inizia, per strati e inesorabilmente, la sistematica repressione degli oppositori interni a partire da coloro che Rita Di Leo chiama i “filosofi re”, vale a dire i rivoluzionari di professione, di formazione intellettuale, inventori del grande esperimento bolscevico.
Il dissenso diventa, in quanto tale, reato politico.
Ad uno ad uno cadono tutti i capi bloscevichi accusati di complotto controrivoluzionario. Essi subiscono processi infamanti dopo confessioni estorte e con imputazioni inaudite: “Cospirazione e tradimento con l’aiuto straniero, spirito di capitolazione”.
Uno dopo l’altro, vengono messi a morte: Piatakov, Sokolnicov, Zinoviev, Kamenev, Radek, infine Bucharin (l’allievo prediletto di Lenin).
La vendetta di Stalin raggiungerà Trockij, esiliato in Messico, molto più tardi, nel 1940, quando sarà assassinato da Ramon Mercader.
Gli imputati erano rei confessi, ammettevano di essere “traditori” che avevano finito col battersi “contro il socialismo e lo facevano impiegando gli stessi termini abietti con cui si sentivano trattare dal procuratore Vysinskij.
Si svolgevano interrogatori di questo tipo:
Vysinskij: “Imputato Zinoviev, lei conferma?”.
Zinovev: “Sì”.
Vysinskij: “Tradimento, perfidia, doppiezza?”.
Zinovev: “Sì”.
Oppure:
Vysinskij: “Non le sembra che in tutto ciò non vi sia nulla di comune con gli ideali socialisti?”.
Kamenev: “C’è la stessa somiglianza che corre tra rivoluzione e controrivoluzione”.
Vysinskij: “Dunque lei è dalla parte della contro rivoluzione?”.
Kamenev: “Sì”.
Il processo si svolse nel massimo segreto e in condizioni da consentire ogni arbitrio: non solo il Comitato centrale, ma nemmeno il Politbjuro ne furono informati.
L’intero castello dell’accusa poggiava su queste confessioni estorte con l’uso sistematico della tortura.
Gli accusati, spesso senza nemmeno riuscire a capire di che cosa li si incolpava, si sentivano per prima cosa intimare di ammettere i loro torti.
Tutti i principali imputati vennero condannati a morte. La sentenza fu eseguita dopo qualche giorno.
Per Stalin occorreva “riconoscere i lupi sotto la pelle dell’agnello”, che dovevano “essere estirpati e distrutti senza pietà…sotto qualsiasi bandiera mascherati, trozchista o buchariniana, come nemici della classe operaia, traditori della patria”, poiché il “sabotatore” non sabota sempre: ogni tanto fa anche cose buone.
Stalin formula la sua più drastica enunciazione sul continuo aggravarsi della lotta di classe:
“Bisogna finirla con la bonomia opportunista derivante dall’errata supposizione che, nella misura in cui aumentano le nostre forze, il nemico diventi sempre più mansueto e innocuo. Quanto più andremo avanti, quanti più successi avremo, tanto più i residui delle vecchie classi sfruttatrici distrutte diverranno feroci, tanto più ricorreranno a forme di lotta più acute, tanto più cercheranno di colpire lo Stato sovietico, tanto più ricorreranno a mezzi di lotta più disperati come agli ultimi mezzi di chi è condannato a morte”.
La Ceka, la polizia segreta ormai alle dirette dipendenze del segretario generale, assume un potere immenso e fuori da ogni controllo: è la fine di ogni garanzia legale.
Il terrore viene scatenato contro il partito nel suo insieme: prima la vecchia guardia, poi gli intellettuali, poi tutti i vertici dell’Armata rossa.
Dei 30 membri che erano stati coinvolti nella redazione della nuova Costituzione, 20 scompariranno durante la repressione del ’37.
Lo stesso comitato centrale non esiste più: 110 dei suoi 139 membri effettivi periscono durante le repressioni.
Stessa sorte per 46 degli 80 nomi di coloro che furono membri del Comitato centrale con Lenin fra il ’17 e il ’23.
Poi, la decimazione dell’Armata rossa.
Un gruppo dei più celebri comandanti “rossi” (Tuchacevskij, Uborevic, Jakir, Ejdeman, Kork, Feld’man, Primakov, Putna) furona arrestati, giudicati colpevoli di tradimento e fucilati. La stessa sorte toccò al maresciallo Bljucher, il prestigioso comandante dell’armata di medio-oriente che aveva sconfitto l’aggressione giapponese.
Furono inoltre fucilati : il capo di stato maggiore, maresciallo Egorov, il comandante della marina, Orlov, quello dell’aviazione, Alksnis.
Neppure una guerra ha mai provocato una simile decapitazione in un esercito.
La loro “riabilitazione” nell’Urss, dopo la morte di Stalin, è stata completa e senza riserve.
Stalin stabilisce un rapporto diretto fra capo e Paese, tale da scavalcare il partito stesso.
Malgrado ciò si compie il miracolo dello sviluppo a tappe forzate dell’industria pesante e dell’apparato bellico.
I costi sociali sono immensi, ma la crescita ha del prodigioso e Hitler viene fermato.
Come ognuno di voi sa nell’eroica resistenza di Stalingrado si decidono – senza alcuna enfasi retorica – le sorti del mondo. L’armata rossa attraverserà l’Europa per fermarsi soltanto a Berlino.
Osserva Luciano Canfora che “facendo un salto spettacolare all’indietro nella diacronia della storia europea, si potrebbe accostare Stalingrado alla battaglia di Maratona, o alla battaglia di Salamina, alle due grandi battaglie, soprattutto la seconda, che nel V secolo a.C. diedero ad Atene, potenza democratica piuttosto mal vista dagli altri stati greci, un prestigio immenso per avere inopinatamente sconfitto i Persiani. La libertà dei Greci era legata a quella grande vittoria ateniese.
Quando, cinquant’anni dopo, sta per esplodere lo scontro tra Atene e Sparta, un grande storico non ateniese, Erodoto, in una pagina memorabile scrive: ‘Io devo dire una cosa sgradevole a gran parte dei Greci, però la dirò lo stesso; che cioè senza la vittoria militare degli ateniesi, la Grecia non avrebbe mai potuto salvare la sua libertà’. Perché Erodoto dice questo e con tanta chiarezza? Per spiegare ai Greci, ormai insofferenti del predominio ateniese, che essi non potevano, non dovevano dimenticare quanto dovevano agli ateniesi stessi. Questo paragone storico molto sommario, ma forse anche eloquente, ci aiuta a capire che cosa significò Stalingrado nella storia d’Europa e in particolare nella storia dell’Europa dell’Est”.
Per dirla con un commentatore politico italiano di questi anni, Sergio Romano, non certo un comunista, “la sconfitta della Germania cominciò a Stalingrado e l’assedio di Leningrado fu una straordinaria pagina della storia; l’Armata rossa combatté eroicamente. I sacrifici sofferti dalla popolazione e dalle forze armate sovietiche non hanno confronto con quelli subiti da nessun altro paese”.
Ma anche dopo la straordinaria vittoria nella “guerra patriottica”, proprio nel momento di una grande vittoria, del più diffuso consenso, in un contesto internazionale non del tutto lacerato, in una società impegnata con spontanea vitalità nella propria ricostruzione, Stalin scatenò una recrudescenza della repressione.
Anzi, essa si rivolge con particolare durezza contro i partiti comunisti fratelli: la scomunica di Tito, i processi contro l’ungherese Raick, il bulgaro Kostov, il polacco Gomulka, lo jugoslavo Kadar, i cecoslovacchi Clementis e Slanskj.
Cosa impediva ad un paese che aveva avuto la forza di tentare “la rivoluzione in un paese solo”, che aveva respinto la crociata dell’Occidente contro il primo Stato operaio della storia, che era stato decisivo nella sconfitta di Hitler, di sperimentare, una volta divenuto una potenza mondiale, anche una modesta riforma di se stesso?
Stalin muore nel 1953.
Sarà il XX congresso del Pcus, nel ’56, col famoso rapporto segreto a denunciare quello che il nuovo segretario generale, Nikita Chruscev, definì il comportamento di Stalin come “criminale e paranoico” permeato di “culto della personalità”.
Emerge subito, tuttavia, il carattere tutto personalistico di questa così grave denuncia, senza che se ne indaghino origine e cause: tutta la colpa su un uomo solo.
Si apre un periodo di “disgelo”.
In economia: con la concessione ai contadini della possibilità di produrre e vendere ciò che volevano nel piccolo pezzo di terra a loro privatamente assegnato; con il trasferimento alle cooperative dei mezzi meccanici di proprietà statale; con l’affermazione dell’utilità della presenza di un settore affidato al mercato.
Ancora: viene promossa una riforma della scuola che determinò una formidabile crescita dell’accesso all’istruzione e una seconda campagna di alfabetizzazione ai livelli superiori.
E poi: un aumento – moderato ma costante – del salario reale, un miglioramento generalizzato della copertura sanitaria, un aumento delle pensioni.
Rimangono tuttavia intatti i tratti che avevano segnato lo stato sovietico nel periodo staliniano:
il partito è lo stato e lo stato è il partito;
nessuna socializzazione dei mezzi di produzione: l’operaio sovietico non concorre in nessun modo a stabilire la destinazione del surplus di valore estratto dal lavoro;
i soviet restano un’emanazione del partito, così i sindacati;
nessuna socializzazione del potere, monopolizzato da una casta separata che lo gestisce per conto del popolo.
La sfida competitiva con gli Usa si sviluppa dunque essenzialmente sul modello quantitativo.
Nella versione chrusheviana nascevano le premesse della futura glaciazione brezneviana, cioè della sostituzione, tra le masse, dell’ipersoggettivismo staliniano con l’apatia politica e ideale e, tra i quadri, del timore delle epurazioni con il cinismo burocratico.
Con Breznev si ha il ritorno alla rigida pianificazione centralizzata e – siamo negli anni Settanta – l’Urss conosce un tasso di sviluppo rispettabile, comunque superiore a quello dei paesi occidentali.
Ma già quello sviluppo era malato: restava come sempre concentrato sull’industria pesante e su quella militare, senza curarsi molto della loro produttività; nuovi settori industriali innovativi (chimica, petrolchimica, elettronica, per i quali esistevano materie prime abbondanti, raffinate competenze scientifiche, tecnici capaci) erano trascurati; il sistemma dei prezzi restava arbitrario; l’industria leggera di beni di consumo di massa produceva beni di cattiva qualità.
La pianificazione centralizzata aveva ottenuto risultati straordinari quando si trattava di costruire ed estendere le basi dell’industrializzazione o di rispondere a bisogni essenziali, non poteva però più funzionare quando l’economia era diventata complessa e i bisogni, individuali e collettivi, potevano essere guidati ma non imposti.
Tutto ciò non poteva più funzionare quando il ricordo della rivoluzione era ormai lontano, il pericolo di guerra diminuito e anzi i gruppi dirigenti collaboravano a spoliticizzare le masse per assicurare la stabilità del potere.
Si raggiungeva così un perverso compromesso tra disciplina politica e apatia sociale.
Una tale impasse del sistema economico si trasferiva immediatamente sul terreno geopolitico. Perché ormai il ciclo delle lotte di liberazione nazionale si stava concludendo e i nuovi Stati, che ne erano risultati, avevano bisogno non solo di un sistema militare, o di armamenti, ma di un sostegno tecnico, organizzativo, anche ideale, per sottrarsi alla lusinga e agli interessi che il neocolonialismo offriva loro attraverso la mediazione di una borghesia “compradora” già preesistente o reclutata all’interno degli stessi movimenti di liberazione.
Credo avesse ragione Lucio Magri quando affermava che ha un discreto fondamento la tesi secondo la quale “Bresnev fu il vero affossatore della rivoluzione russa”, proprio nel momento in cui le si offrivano altre strade da percorrere.
Dopo la morte di Breznev diventa segretario generale Jurij Anropov.
Ciò che appariva a prima vista e faceva pensare ad una successione in perfetta continuità era il fatto che egli fosse e da tempo il capo del Kgb e in quanto tale poteva segnalare le premesse di una svolta autoritaria.
E invece accadde il contrario.
Sarebbe interessante – ma al momento impossibile – potere ricostruire la sua biografia per spiegarlo.
Quel che è certo è che fu lui – nel breve tempo in cui esercitò il potere – ad iniziare, con un coraggio inusitato quanto imprevedibile, una svolta.
Lo testimoniano alcune scelte immediate.
In politica estera: con la proposta di smantellamento bilaterale dei missili di teatro in Europa o quella di un governo di unità nazionale in Afghanistan, accompagnato dal ritiro di tutte le forze armate straniere.
Ma se si vuole cogliere la radicalità e il senso concreto delle intenzioni di Anropov è utile leggere un ampio scritto uscito in occasione del centenario di Carl Marx.
Anzitutto perché, per la prima volta, dal vertice massimo veniva presentata al popolo un’analisi veritiera della situazione, traendo le somme del passato e un impegno per il futuro.
L’analisi di Andropov era cruda. Il socialismo in Urss – scriveva – non era affatto realizzato:
“Nonostante la socializzazione dei mezzi di produzione i lavoratori non sono i veri padroni della proprietà statale. Essi avevano ottenuto di essere padroni, ma non lo sono mai diventati. Chi sono allora i padroni in Urss? Tutti coloro che, avendo una concezione privatistica camuffata, si rifiutano di trasformare il mio in nostro e desiderano vivere alle spalle degli altri, alle spalle della società”.
E’ difficile immaginare una critica più aspra al ceto burocratico e parassitario, al corporativismo avido di privilegi, all’economia sommersa che profittava dell’inefficienza pubblica per acquisire profitti immeritati. L’impegno che ne derivava, rivolto soprattutto alle masse, era a sua volta tutt’altro che demagogico:
“Per uscire da una stagnazione economica occorre uno sviluppo non solo quantitativo ma qualitativo, che migliori la qualità del lavoro e offra ai consumatori ciò di cui hanno realmente bisogno. Perciò occorre mettere in discussione non la pianificazione in sé, ma una pianificazione fondata sul comando amministrativo, indifferente allo sviluppo tecnologico, alla qualità dei beni prodotti e incapace di valutare i risultati degli investimenti. Basta con la ‘decretazione comunista’ sulla quale le direzioni aziendali costruiscono le loro carriere, distribuendone parte ai loro diretti dipendenti”.
Erano solo spunti, ma mostravano la volontà di riaffermare l’idealità socialista proprio nel momento in cui egli criticava una sua applicazione deviata, e la volontà di restituire alla lotta di classe un ruolo centrale.
La malattia e la morte non gli permisero di fare di più e la successiva elezione di Konstantin Chernenko mostrò quanto fosse forte la resistenza di chi difendeva lo staus quo.
Nel frattempo la stagnazione economica perdurava, la gerontocrazia divenne per tutti insopportabile: la candidatura di Michail Gorbacev alla guida del Pcus divenne uno sbocco necessario.
Il primo obiettivo che Gorbacev si propose fu quello di liberare la società e il partito da quella gabbia di divieti, di conformismo, di omertà che era cresciuta nel ventennio brezneviano e aveva messo basi profonde in un gigantesco apparato burocratico (16 milioni di persone).
Gorbacev operò concedendo e stimolando la libertà di parola e di stampa.
In pochi mesi vi fu l’esplosione di un dibattito fra gli intellettuali in ogni campo, la moltiplicazione spontanea di nuovi organi di stampa critici, premiati da vendite straordinarie, la facoltà per la televisione di dire il vero e a volte di trasmettere in diretta dibattiti vivaci nel vertice del partito.
Era una vera riforma strutturale, premessa di ogni altra.
Le masse ne erano interessate, ma anche diffidenti. A Mosca cominciava a circolare fra la gente comune una frase graffiante: “Di giornali ne leggo molti, ma i negozi restano vuoti”.
Quello che mancava era la capacità di indicare gli strumenti di applicazione, i soggetti cui attribuire responsabilità, i tempi necessari.
Due esempi: per aumentare la produttività del lavoro, rinnovare le tecnologie, spostare investimenti verso l’industria leggera e migliorare la qualità dei beni di consumo, bastava concedere una crescente autonomia alle singole imprese, senza un sistema fiscale che ne premiasse i risultati o li redistribuisse, e senza un piano vincolante che ne orientasse le scelte?
Oppure: bastava tollerare la nascita di un’imprecisata iniziativa privata o cooperativa, in assenza sia di imprenditori sia di un mercato e senza porre né limiti né trasparenza ai bilanci, né garanzie contrattuali, per impedire che si tramutassero in economia sommersa e speculativa?
Poi c’era il problema dello stato del partito.
Da settant’anni l’Urss si era retta su un potere politico il cui motore e gestore era un unico partito (lo Stato era solo uno strumento, il suo braccio secolare).
Negli ultimi decenni, però, il partito – restando unico e autoritario – aveva via via cambiato ruolo e natura. Dietro il cambiamento formale che pareva riconoscere una pluralità di idee e di interessi si formava un ceto dominante che saldava in un blocco nomenclatura politica e tecnocrazia, riduceva l’ideologia ad un catechismo cui pochi credevano, incoraggiava la passività delle masse offrendo loro in cambio tolleranza per l’assenteismo e di conseguenza per il lavoro nero.
Serviva perciò a poco, per superare questo muro, separare il partito dallo Stato, limitandone il potere, se prima e contemporaneamente non si riusciva a farvi rinascere un’identità ideale e a ricostruire un rapporto con le masse svantaggiate.
Il collasso finale
Alla base del collasso finale intervenne la divaricazione e poi lo scontro violento fra coloro che avevano condiviso la Perestrojka e sostenuto Gorbacev.
Da un lato coloro che erano convinti della necessità che anche profonde riforme non dovessero cancellare il carattere socialista del sistema, non si dovesse né condannare in blocco la storia passata, né concedere al mercato e alla proprietà privata un ruolo preminente.
Non solo per la fedeltà ai principi, ma per impedire la disorganizzazione economica del paese.
Dall’altro quelli ormai convinti che ormai bisognava andare in fretta fino in fondo, cioè orientarsi a chiudere la parentesi aperta dalla rivoluzione di Ottobre e costruire un nuovo sistema coerente, assumendo come modello le democrazie occidentali.
Gorbacev sostenne la prima opzione, per il momento maggioritaria nel partito e nel paese.
Per reggere sarebbe stato necessario inventare un sistema sociale del tutto nuovo; occorreva non solo il consenso, ma la partecipazione attiva di milioni di persone, anzitutto nelle classi popolari, e occorreva neutralizzare chi sul socialismo aveva sempre giurato, ma nel socialismo aveva coltivato privilegi, o scarico di responsabilità.
Gorbacev cercò di reagire cambiando l’agenda della Perestrojka, cioè trasferendo la riforma del potere politico su una nuova priorità, la democratizzazione dello Stato (maggiori poteri ai soviet delle repubbliche eletti con il voto popolare e un’effettiva pluralità di candidati).
Intenzioni ottime, risultati pessimi: per il Pcus le elezioni sanzionarono una sconfitta.
Il potere politico era ormai del tutto frammentato: soviet con facoltà legislative nei rispettivi territori, in continua competizione sulla suddivisione delle risorse con lo Stato; soviet della Federazione russa molto più influente rispetto ad ogni altro; governo centrale quasi esautorato; trentasette ministeri che non sapevano a chi chiedere ordini e ne facevano volentieri a meno.
Ognuno di questi centri e livelli pretendeva che le proprie leggi, entro i propri confini, prevalessero sulle altre.
La democratizzazione frettolosa diventava confusione.
Tutto questo impresse un’accelerazione ed una moltiplicazione dei conflitti etnici e religiosi che, due anni più tardi, produssero la fine dell’Unione Sovietica e offrirono l’ascesa al potere, per quanto restava, di Boris Eltsin, regista ed inventore di un nuovo populismo che, in nome della libertà, finì col bombardare il parlamento e, in nome del popolo, rapinava il patrimonio pubblico per spartirselo con oligarchi corrotti e spesso mafiosi.
Al potere si insedia una nuova classe sociale, con il suo personale politico, non frutto delle imprese vitali, ma un potere oligarchico prodotto della più grande rapina della storia.
Ed ecco il prodotto di questa “civilizzazione”: crollo della produzione, disuguaglianze scandalose, una tragedia infinita per decine di milioni di persone ricacciate nella povertà, prive di protezioni, la riduzione drastica della speranza media di vita, l’esplosione di conflitti etnici cruenti.
Conclusione
Noi assistiamo da molti anni ad una solenne rimozione, ad una “damnatio memoriae” condotta? subita? da una parte cospicua degli epigoni di quella storia grande e tragica che fu la costruzione – per la prima volta nella storia – di uno Stato operaio.
L’attacco ha avuto caratteristiche proteiformi, spesso il giudizio è stato sommario, quando non del tutto fondato su una contraffazione dei fatti, necessaria per occultare il senso profondo di un’abiura e di una deriva sempre più esplicita verso il pensiero liberale sino alla sua forma e alle sue manifestazioni più sciaguratamente oppressive.
Ripercorrere controcorrente il fiume dell’esperimento sovietico, oggi è un compito politico. Se non si capisce lì, non si capisce qui.
Perché non rimanesse pietra su pietra di quella storia si è giunti sino a condannare in blocco l’intero Novecento e ciò in quanto l’esperimento sovietico si è piazzato al centro del Novecento e lo ha definitivamente segnato.
“Batti e ribatti – ha scritto efficacemente Mario Tronti – alla fine ho capito che l’anti-novecentismo è sostanzialmente una forma, la più inconsapevolmente diffusa, di anticomunismo. Indipendentemente dal merito dei fatti, in realtà non si sopporta che quella cosa lì ci sia stata.
Per cui anche parlarne male è rischioso. Conviene non parlarne affatto, finché come di Atlantide si favoleggerà che ci fu, ma senza sapere dove come e quando. I nostri avversari l’hanno capito, e molti nostri amici, senza saperlo, gli danno una mano: il modo più sicuro per tenere in piedi questo miserabile loro presente è cancellare ogni traccia di memoria alternativa. Oggi stiamo vivendo lo stadio avanzato, maturo, prossimo a una soluzione finale a livello mondo, di una storica, classica, lotta di classe tra politica ed economia. Lotta di classe, non altro. Schierarsi sull’uno o sull’altro fronte è la prima decisione da prendere. Poi la politica si può riformare, ridefinire, riorganizzare e quant’altro, ma, pensiamoci bene, ogni gesto, ogni parola, ogni iniziativa, che in qualche modo contribuisca a una sua delegittimazione, è un danno arrecato alle persone cha vivono nel basso della società e che hanno nella lotta di classe la sola arma di difesa e di attacco”.
Ecco, la rivoluzione russa prese una piega diversa da quella che speravamo, una “forma profana”, come ha scritto in un suo splendido libro Rita Di Leo, ma il suo atto di nascita fu qualcosa di sacro. E questo perché il Palazzo d’Inverno i bolscevichi non si limitarono a criticarlo, lo conquistarono.
Per questo non saremo mai abbastanza grati a quel pugno di uomini e di donne che provarono a scrivere un’altra storia, una storia di riscatto, di emancipazione, di liberazione del genere umano che malgrado parla ancora, e quanto forte, anche a noi e al tempo presente.
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