Il PD preferisce un governo Salvini per ricreare bipolarismo? Un articolo di Nadia Urbinati

  • Posted on: 11 August 2019
  • By: Anonimo (non verificato)

Pubblichiamo dal quotidiano il Manifesto un articolo di Nadia Urbinati, professoressa di scienze politiche alla Columbia University di New York. La sua riflessione è molto in sintonia con quanto sostenuto in questi giorni da Rifondazione Comunista (comunicato e intervista a Maurizio Acerbo).
Non cadiamo nel baratro populista
Crisi di governo. Sembra di capire che il Partito democratico preferisca un governo chiaramente salviniano per potersi meglio fare le ossa e crescere nei consensi grazie alla polarizzazione
Si assiste in queste ore convulse ad una gara di entusiasmo per il voto anticipato. Nel nome della chiarezza, del non inciucio, del far parlare gli italiani – a destra come a sinistra, tutti stregati dal ritorno alle urne. E Matteo Salvini dirige questo garrulo coro nel quale poco o nulla ci si preoccupa delle possibili conseguenze di un monocolore targato Lega.
Eppure bisognerebbe preoccuparsi molto proprio in base a quello che Salvini ha mostrato di poter fare in questo anno di governo di coalizione, e per quel che ha detto nel comizio a Pescara: «Abbiamo fatto una scelta di coraggio. Adesso chiedo agli italiani se hanno la voglia di darmi pieni poteri per poter fare quello che abbiamo promesso senza palle al piede. Chi sceglie Salvini sa cosa sceglie».
«Pieni poteri» – cosa assurda in una democrazia parlamentare, è ovvio. Ma il solo coraggio di usare questa espressione mussoliniana, intesa probabilmente a rubare consensi a Fratelli d’Italia, fa rabbrividire.
Salvini vuole la libertà dai lacci e lacciuoli che imporrebbero un governo di coalizione – ecco perché mostra fastidio a presentarsi come il capo di una maggioranza di destra (con disappunto di Giorgia Meloni e di quel che resta di Forza Italia).
Salvini è il Capitano del suo popolo, non di quello d’altri. E il suo popolo, come sanno bene coloro che studiano il populismo, è un artificio retorico di tanta maestria da riuscire a far sentire chi vi si identifica una cosa sola col capo.
Così fu per il più grande dei populisti, colui che diede a questa forma di governo un’identità sua propria, Juan Domingo Perón, il quale disse celebrando la vittoria elettorale del 1949: «Abbiamo dato al popolo l’opportunità di scegliere … Il popolo ci ha eletto, e il problema è risolto».
Il capopopolo pratica una forma di rappresentanza che ha davvero poco a che fare con il mandato elettorale, anche se di questo si serve per competere e vincere. La rappresentanza che crea è come un’incarnazione, un incorporamento del popolo nella sua persona, nelle sue parole, nelle sue scelte.
Ogni distanza che lo separa dagli elettori scompare, con l’esito che il popolo si dà per fede al suo capo. Fede è identificazione. Come disse Donald Trump il giorno della suo insediamento alla Casa Bianca nel gennaio 2017: si celebra qui il popolo vero, non quello delle maggioranze precedenti che era rappresentato dai partiti dell’establishment.
Il capopopolo è un leader che lotta per e conquista il potere usando le regole del gioco democratico; che vuole, anzi, e cerca il consenso elettorale come prova della sua forza.
E fa un uso plebiscitario delle elezioni. Poiché non ha la pazienza della conta dei voti uno per uno – mira ai grandi numeri, alla poderosa e chiara vittoria.
Un po’ come nelle assemblee di Sparta, dove non si conosceva la raffinatezza aritmetica del conteggio delle mani alzate, ma dominava la rozza percezione sensoriale – l’urlo forte era inconfondibilmente un segno dell’esito.
Questo vorrebbe Salvini, che si appresta a rendere quelle che ci attendono come le prime elezioni compiutamente populiste della nostra storia repubblicana.
Le democrazie producono capipopolo quando, come nel nostro tempo, i partiti politici hanno atterrato la loro organizzazione e sono liquidi e leggeri, esposti naturalmente a leader plebiscitari.
Dalla fine dei partiti che avevano fatto la Repubblica, dal 1994, l’Italia è una fucina di populismo.
E, forse, è proprio l’abitudine al populismo a rendere un po’ tutti (anche il Pd) irresponsabilmente contenti per queste elezioni anticipate.
Convinti che comunque vada non ci sarà altro che una nuova maggioranza. Anzi, sembra di capire che il Pd preferisca un governo chiaramente salviniano per potersi meglio fare le ossa e crescere nei consensi grazie alla polarizzazione. Ma questo capopopolo dovrebbe destare molti sospetti, anche perché ha già avuto modo di dimostrare la sua predilezione per politiche autoritarie e il dispregio per lo stato di diritto.
La democrazia costituzionale è come un elastico, capace di sopportare il peso del maggioritarismo – lo abbiamo visto con i governi berlusconiani, che hanno messo a dura prova le istituzioni.
Ma l’elastico può essere tirato fino a raggiungere il suo massimo punto di sforzo e rompersi quando e se un capopopolo si presenta «agli italiani» chiedendo «pieni poteri per poter fare quello che abbiamo promesso senza palle al piede».
La palla al piede non sono solo ipotetici alleati di governo, ma i limiti imposti del governo della legge, come abbiamo già verificato con il DL sicurezza bis. La palla al piede sono quelle norme che devono servire a moderare ogni maggioranza, soprattutto quella più ingombrante. Non vi è nulla di che essere entusiasti per l’eventualità di un governo del capopopolo leghista.