Contro il regionalismo differenziato: perché e come continuare la mobilitazione

  • Posted on: 10 September 2019
  • By: Anonimo (non verificato)

Rosario Marra*
(Non basta il cambiamento di un Governo per eliminare gli aspetti divisivi e discriminatori dell’autonomia differenziata)
 
 
Premessa: il regionalismo differenziato come esigenza strategica e strutturale del capitale.
            Uno degli aspetti che, sinora, è rimasto abbastanza in ombra nel dibattito e nelle iniziative di lotta al regionalismo differenziato è sicuramente quello relativo alle sue radici “europeiste” e ciò induce  a ritenere che non è il cambiamento di un Governo che può indurre ad abbassare la guardia perché la differenziazione è un’esigenza dei poteri forti che va ben aldilà del programma e delle posizioni di questo o quel Partito e ben aldilà dei confini nazionali.
            Cercheremo di affrontare questo aspetto in due punti: il primo relativo ad una risoluzione del Parlamento europeo del primo mese di quest’anno, il secondo soffermandoci sulle macroregioni europee, in altra occasione affronteremo l’aspetto delle politiche di coesione con riguardo al ruolo dei fondi strutturali.
            Nell’ultimo paragrafo, torniamo sullo scenario nazionale cercando di trarre le conseguenze politiche in termini di mobilitazione con particolare al contesto meridionale e  campano.
 
a)      La risoluzione del Parlamento europeo del 17 gennaio 2019 e l’intreccio con l’ autonomia differenziata italiana.
La risoluzione in questione riguarda l’”integrazione differenziata”[1] che è il risvolto politico-istituzionale dell’azione della legge capitalistica dello sviluppo ineguale nell’ambito europeo.
Secondo l’organo parlamentare, il concetto di “integrazione differenziata” vede la differenziazione come uno strumento dell’integrazione e può avere varie manifestazioni per cui si può “operare una distinzione tra la differenziazione temporale, o un’Europa a più velocità, dove gli obiettivi sono gli stessi ma i tempi necessari per raggiungerli sono diversi, la differenziazione delle modalità e la differenziazione spaziale, spesso definita a “geometria variabile””.[2]
“Non a caso” la logica della geometria variabile compare esplicitamente al punto 20 del fu contratto di governo Lega-5 Stelle e, sempre “non a caso” anche la richiesta di attuazione del regionalismo differenziato che passa per essere la più “morbida” – quella dell’Emilia-Romagna – nei suoi atti ufficiali fa un chiaro riferimento alla dimensione europea e afferma  che essa deve servire a far sì che la Regione sia  “in grado di proiettare l’azione politico-istituzionale verso i più elevati standard di efficienza permettendo così di competere con i territori più sviluppati  in ambito europeo e internazionale”[3].
Nei recenti 29 punti del programma di Governo redatti sulla base del “Contributo alle linee d’indirizzo per la formazione del nuovo Governo”, sottoscritto da PD e 5 Stelle, esce confermata l’autonomia differenziata seppur accompagnata dalla richiesta di approvazione dei livelli essenziali delle prestazioni, dal fondo perequativo e da una “ricognizione ponderata” delle materie e competenze da trasferire il che sembra non dare per scontata la lista presentata soprattutto da Lombardia e Veneto.
A livello UE i parlamentari non mancano di esprimere alcune preoccupazioni che sono molto simili a quelle espresse da numerosi e autorevoli studiosi nostrani rispetto al regionalismo differenziato delle tre Regioni del Nord.
Infatti nella risoluzione in questione si afferma, tra l’altro, che l’ integrazione differenziata “dovrebbe essere sfruttata con parsimonia ed entro limiti strettamente definiti, in considerazione del rischio di frammentazione dell’Unione e del suo quadro istituzionale”[4] e, ancora, che “qualsiasi forma di iniziativa di differenziazione che porti alla creazione o alla percezione della creazione di Stati membri di prima e seconda classe rappresenterebbe un grave fallimento politico”[5].
Naturalmente, come sappiamo, il Parlamento europeo è dominato dalle forze liberiste per cui le interessanti preoccupazioni e perplessità, alla fine scompaiono in quanto “il dibattito riguardo all’integrazione differenziata non dovrebbe vertere sugli argomenti a favore della differenziazione e quelli contro, bensì sulle modalità più adeguate per rendere operativa l’integrazione differenziata, che è già una realtà politica, all’interno del quadro istituzionale dell’UE”[6];
anche su questo punto, sono forti le analogie con una parte dei critici nostrani del regionalismo differenziato che parlano di Regioni di serie A e B, di rischio per l’unità nazionale ma, alla fine, danno un  giudizio positivo sul federalismo fiscale e fanno dell’autonomia differenziata un mero problema di “attuazione” per cui con qualche ritocco qui e là si può benissimo andare avanti.
L’integrazione differenziata non riguarda soltanto il livello territoriale perché essa si accompagna anche ad una differenziazione settoriale tanto che nella risoluzione parlamentare in argomento si fa riferimento anche alla “cooperazione rafforzata” in atto nel campo dell’industria militare tra alcuni Paesi europei che, ovviamente, ha un diretto riflesso nelle strategie di alcune grosse aziende come nel caso della Finmeccanica che, ormai, come principale asset si concentra sempre di più verso il settore militare e ciò riguarda anche l’apparato industriale di alcune zone del Nord Italia sempre più integrato col mercato  tedesco che è il principale sbocco delle proprie esportazioni
Insomma, per farla breve, non si può arretrare sulla battaglia contro l’autonomia differenziata perché essa rappresenta innanzitutto un modello di sviluppo che mira a dare corpo a quelle preoccupazioni che i parlamentari europei alla fine riducono a meri auspici e allo stesso modo si riflettono negli ambiti nazionali aumentando divari e disuguaglianze tra Regioni forti e deboli.
 
b)      Le macroregioni europee.
L’istituzione delle Macroregioni è un’altra rivendicazione che vede la Lega in buona compagnia[7] e ha, ormai, un forte carattere “europeista” tanto che dal 2009 al 2016 la UE ha formalmente approvato quattro “strategie macroregionali”: quella Baltica, quella per la Regione danubiana, quella per l’area Adriatica e Jonica e, da ultima, quella Alpina mentre crescono le spinte per l’approvazione di una quinta strategia per l’area del Mediterraneo Occidentale.
Sotto il profilo formale, le macroregioni della UE sono un esempio di “cooperazione territoriale rafforzata”, non costituiscono delle nuove istituzioni e sono aperte anche a Paesi e Regioni extra-UE;
da un punto di vista sostanziale, nascono anche da esigenze geo-politiche, servono ad allargare l’influenza UE e a preparare l’ingresso ufficiale di altri Paesi all’interno dell’ Unione.
Esse danno un contributo importante a trasformare il rapporto tra aree forti e deboli dei singoli Paesi
verso una dimensione europea dove il dualismo tendenzialmente si sposta tra le Macroregioni forti e quelle deboli.
Ad es., è chiaro che c’è una notevole differenza di PIL tra la Macroregione Alpina, dove ci sono Regioni forti come la Baviera e la Lombardia, e la Macroregione Adriatico-Jonica che coinvolge buona parte delle nostre Regioni meridionali e la Grecia.
Insomma le macroregioni sono, di fatto, uno strumento per l’Europa a due velocità.
Da notare che la Lega, nella sua anima europeista, ha sempre dato un giudizio positivo su questo tipo di macroregioni in perfetta coerenza col voto favorevole, nel 1992, al Trattato di Maastricht, nrl 2002 al Trattato di Nizza e nel 2008 col voto a favore di quello di Lisbona ulteriore e più articolato snodo del sistema liberista europeo.
E’ importante tenere presenti questi aspetti con la dovuta attenzione altrimenti non riusciamo a “distinguere il fumo dall’arrosto”;
in altri termini, la Lega, come altre formazioni “sovraniste”, dietro la demagogia anti-UE ha posizioni molto simili ad altre forze come, ad es., Orban che è comodamente inserito nel PPE e quest’ultimo non ha alcuna seria intenzione di espellerlo (naturalmente l’Ungheria fa parte di una delle macroregioni, quella del Danubio).
Le due macroregioni che coinvolgono l’Italia – quella Alpina e quella Adriatico- Jonica – vedono il coinvolgimento di Regioni settentrionali, centrali e meridionali, ossia un esempio concreto della “visione” unitaria dei gruppi dominanti delle varie aree del Paese.
Nel tornare sui fautori dell’approvazione della quinta strategia macroregionale, essi vedono la prospettiva euro-mediterranea come un’articolazione della politica liberoscambista con varie Zone Economiche Speciali, insomma uno strumento per aumentare l’influenza economica della UE verso Paesi terzi della sponda africana all’interno di ulteriori meccanismi neocoloniali.
Naturalmente secondo le forze liberiste questa impostazione deve essere formalizzata nei singoli Paesi e, in tal senso è significativo che anche in proposte di legge compaia l’uso del termine macroregione riferito al Meridione.[8]
E’ dalla più organica critica di questi aspetti che dovrebbe nascere la nostra prospettiva euro- mediterranea piuttosto che da improbabili collegamenti con esperienze di altri continenti, insomma, per dirla col buon “vecchio” Marx, proletariato e borghesia sono classi simbiotiche e soltanto da una critica serrata della loro prospettiva euro- mediterranea che può nascere la nostra.
Se si analizza la procedura con cui sono state approvate le strategie macroregionali si noterà che esse hanno seguito un iter molto simile a quello che hanno seguito nel nostro Paese per le pre-intese di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.
Facciamo l’esempio dell’approvazione della macroregione alpina: nel 2011 documento comune ad iniziativa delle Regioni coinvolte, nel 2013 intesa con gli Stati di appartenenza, a questo punto intervento delle istituzioni europee nella procedura con il coinvolgimento della Commissione, del Comitato Economico e Sociale e del Parlamento finchè nell’ autunno 2015 si giunge all’approvazione della strategia macroregionale da parte del Consiglio europeo.
 
c)      Alcune conclusioni: per un’opposizione di classe all’autonomia differenziata
Se, come abbiamo cercato di dimostrare, la differenziazione è esigenza strategica e strutturale del
capitale una politica di opposizione di classe non può fare il tifo per la sua versione “soft” come  quella emiliano-romagnola e anche il coinvolgimento del Parlamento, pur importante, non è sufficiente se non si affrontano alcuni nodi che occupano il dibattito nazionale da almeno 20 anni.
In questo caso, ci riferiamo alla questione del “federalismo fiscale” – il vero motore dell’autonomia differenziata – dove dalla fine degli anni novanta  ci troviamo di fronte agli stessi problemi di oggi (le modalità della perequazione, le aliquote delle compartecipazioni, il finanziamento delle prestazioni essenziali, ecc.).[9]
Se queste problematiche nel corso degli anni perdurano indipendentemente dalle maggioranze parlamentari, risulta abbastanza evidente che non è nemmeno sufficiente richiamarsi alla corretta applicazione della legge-delega del 2009 dove, ad es., si è lasciata volutamente una definizione normativamente generica del rapporto tra tributi e territorio che, poi, crea lo spazio per l’aberrazione dell’ inesistente “residuo fiscale”.[10]
In questo senso, spunti interessanti si trovano nel primo documento redatto dall’ “Osservatorio sul regionalismo differenziato” (istituito presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli Federico II) dello scorso agosto dove si muove, ad es., un’ obiezione di fondo alla lista delle materie su cui viene chiesta l’ulteriore autonomia da parte delle tre Regioni del Nord in quanto si rileva “un errore d’impostazione: si prevede il trasferimento delle somme che lo Stato spende per ciascuno dei servizi di cui si prefigura la dislocazione. – Ma quest’approccio non è corretto ed è necessario un rovesciamento di prospettiva: in sede di analisi delle funzioni, in vista dell’eventuale decisione riallocativa, bisognerebbe misurare piuttosto quanto lo Stato risparmierebbe nel fornire esso quel servizio invece di attribuirlo alla singola Regione.”[11]
Su questo ed altri punti occorre un rovesciamento di prospettiva che non può che vedere in prima fila le forze della sinistra di classe nelle sue varie espressioni politiche, sindacali, di Movimento contrastando anche quei Presidenti di Regioni meridionali come De Luca che hanno improvvidamente richiesto l’avvio delle procedure per l’autonomia differenziata.
In questa direzione va l’Assemblea Regionale contro l’autonomia differenziata che si svolgerà a Napoli il prossimo 20 settembre indetta da vari organismi e associazioni.
 

[1]Approvata in data 17-1-2019

[2]Cfr. punto D dei considerando.

[3]     Cfr. Risoluzione del Consiglio Regionale n. 7518 del 18 settembre 2018 con cui è stato approvato l’atto di indirizzo per portare avanti il negoziato col Governo.

[4]Punto F dei considerando

[5]Punto 6 della parte dispositiva

[6]Cfr. punto 1 parte dispositiva

[7]Ricordiamo che da anni il PD, attraverso suoi parlamentari, come Morassut e Ranucci, ha presentato proposte di legge per l’istituzione di Macroregioni, note le posizioni di Grillo a favore degli accorpamenti regionali e la destra in varie Regioni come in Molise o in Campania ha preso iniziative per macroregioni al Centro o al Sud Italia.

[8]Cfr. A.S. n. 87 presentata dal Senatore di Forza Italia Gaetano Quagliariello su: “Disposizioni per il rilancio del Sud e in materia di istituzione  delle zone economiche speciali nella macroregione del Mezzogiorno”

[9]Il riferimento è alle problematiche apertesi con le “leggi Bassanini” e, in particolare, col d-lgs n. 56/200 sul federalismo fiscale la cui attuazione venne sospesa per le penalizzazioni a carico di alcune Regioni meridionali nel passaggio dal vecchio sistema di finanziamento basato sui trasferimenti a quello delle addizionali regionali e delle compartecipazioni.

[10]Su quest’ aspetto, centrale nelle rivendicazioni di Lombardia e Veneto, la SVIMEZ ha dato un contributo di estrema chiarezza ricordando, tra l’altro, che occorrerebbe far riferimento alla nozione di  “residuo fiscale finanziario” che include anche gli interessi sul debito pubblico e, in tal caso, la differenza positiva tra i tributi pagati in alcuni Regioni del Nord e la spesa pubblica ivi erogata dallo Stato si assottiglia notevolmente fino a scomparire.

[11]Cfr. doc. citato del 26 agosto pag. 2
*Comitato Politico Regionale campano del PRC e componente del Coordinamento NO AUTONOMIA DIFFERENZIATA di Napoli, testo pubblicato da PoPOff