DIBATTITO / Prc: una autoriforma necessaria del nostro funzionamento interno

  • Posted on: 19 November 2018
  • By: Anonimo (non verificato)

Nicolò Martinelli*
Molto si è scritto in questi mesi sul nostro partito, ed è innegabile che le difficoltà che abbiamo vissuto negli ultimi anni, che si sono intensificate, abbiano a che fare in buona parte con la nostra organizzazione interna. È opinione di chi scrive, che la necessità di doversi misurare continuamente con le difficoltà dettate dalle contingenze del momento, con gli inevitabili dibattiti anche accesi che hanno provocato, abbiano penalizzato non poco la capacità del Partito di riflettere sulla propria azione sul mediolungo periodo. Le ultime occasioni che potevano servire a tale scopo, ovvero il decimo congresso nazionale di Spoleto del 2017 e la tre giorni tenutasi l’anno successivo nello stesso luogo, sono infatti state monopolizzate dal dibattito sulle alleanze: Non poteva essere diversamente, stante il carattere anche strategico che assumevano le scelte del partito in quelle occasioni. È tempo tuttavia, di riprendere una discussione più alta relativa al modello di organizzazione e di azione del PRC, rispetto a cui l’ultimo vero momento di dibattito è stato in occasione della IV Conferenza di Organizzazione del 2015. Nonostante siano passati soltanto tre anni, infatti, il quadro politico nazionale e locale è stato sconquassato da un vero e proprio terremoto, iniziato il 4 dicembre 2016 con la vittoria del NO al Referendum Costituzionale. Nel documento del 2015 infatti si delineava una situazione sotto il renzismo, di sfiducia generalizzata per la politica che faceva da contraltare al bipolarismo, secondo un processo più che ventennale di “americanizzazione” della società italiana. Tale situazione oggi è in buona parte saltata. Il ritorno ad un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale, il governo anomalo tra 5 stelle e Lega nord, la crisi di quel moloch di interessi e rappresentanza che rappresentava il Partito Democratico, ci pone di fronte a una timida situazione di ripoliticizzazione di massa. Non impegnata come quella della Prima Repubblica, non appassionata come negli anni del dualismo tra berlusconismo e antiberlusconismo, ma su cui occorre oggi lavorare. Per rispondere alla necessità di sviluppare reti e competenze, il filo conduttore che nel 2015 ha investito la riorganizzazione del partito, fu la perdita di centralità dei circoli territoriali in favore di aggregati su scala territoriale più vasta “per argomento”. Va oggi preso atto che siamo di fronte ad un processo di disintermediazione della società, di cui l’avvento di prepotenza della politica sui social network è soltanto la punta dell’iceberg, che investe nel profondo le relazioni personali e il modo stesso di leggere la realtà in cui viviamo. La centralità dell’aspetto comunicativo/diffusivo, sovente a discapito della qualità della proposta politica, ha fatto sì che ad essere penalizzati fossero proprio i partiti come il nostro, capaci di produrre elaborazioni anche approfondite sui singoli settori, ma ancora immaturi sul piano della riconoscibilità politica generale. Tale difficoltà, va detto, è dovuta anche a ragioni oggettive e non esclusivamente soggettive, tuttavia il nodo più grosso che abbiamo di fronte è come uscire da questo terribile circolo vizioso di invisibilità nazionale e scarsa comunicatività esterna. Se infatti si tratta senza dubbio di una partita truccata, dobbiamo essere consapevoli di ciò, altrettanta consapevolezza va indirizzata sulla necessità di giocare bene le carte che Rifondazione Comunista ha a disposizione. Esistono infatti pochi partiti in Italia, oltre a PD e Lega Nord, che sono capaci di intervenire quotidianamente sul piano politico generale a livello comunale. Uno di questi partiti, è indubbiamente il nostro. Lo stesso Movimento 5 Stelle, da principale forza di governo, stenta con dif È necessario quindi che il partito proceda ad una riattivazione politica ed organizzativa dei propri circoli, la cui funzione principale è diventata, all’indomani della Conferenza di organizzazione del 2015, quella di riportare sul territorio le campagne nazionali. Si potrà obiettare che ci stiamo provando, ma che sovente la risposta dei territori è insoddisfacente. Tale problema, riscontrabile anche di fronte a fallimenti politici recenti, è strettamente connesso ad una forma organizzativa più profonda, mai scritta ufficialmente in alcun documento ma praticata con convinzione dai gruppi dirigenti nazionali e locali del partito negli ultimi anni, di tutte le mozioni congressuali e di tutti gli orientamenti. Vi è stata infatti negli ultimi anni una forte virata verso una forma di “centralismo decisionista” che ha passivizzato la militanza, gerarchizzato il partito e rotto legami di scambio “a due direzioni” tra i vari livelli dello stesso. Sovente in partito è stato chiamato a mobilitazione rapida senza che le decisioni, adeguatamente metabolizzate, potessero essere praticate efficacemente dal suo intero corpo politico. Se una critica può essere fatta ai gruppi dirigenti che hanno gestito il PRC negli ultimi anni, sicuramente è quella di essersi posti sullo stesso piano di discussione di singole personalità influenti o di cerchie militanti ristrette, dimenticando un semplice assunto di base: che la differenza tra fare politica dovendo rispondere solo a sé stessi o al proprio cerchio magico, e quella tra fare politica in rappresentanza di un partito con migliaia di iscritti, è la stessa differenza che passa tra il guidare una moto e il guidare un bus a due piani. Affinché il PRC torni ad essere oggi uno strumento efficace (utile lo è già per le sue ragioni fondative), occorre che venga proposto un partito meno “leggero” nelle sue manovre strategiche, ma capace di percorrerle, appunto, come partito. A tale fine una critica va inevitabilmente fatta alla pratica, ormai radicatissima nel partito e nella sua organizzazione giovanile, di lavorare per “circolari interne”. Affinché la nostra azione politica sia efficace è necessario, almeno per un triennio, invertire completamente il processo di definizione della linea politica: non più “pensare globale, agire locale” ma “pensare locale, agire globale”. La discussione politica deve partire dai circoli (Tutte le centinaia di circoli del PRC) e affrontare le problematiche del territorio, andando per sintesi progressiva nelle federazioni, nei regionali e al nazionale; è evidente che in quest’ottica il ruolo della segreteria e del segretario torna, nell’immediato, ad essere quello di espressione più sistematizzata e complessa di una linea politica che ciascun iscritto sente “sua” e non esclusivamente della singola competenza dei dirigenti, comunque contributo preziosissimo a far compiere il salto “nazionale” ad una linea scaturita prima di tutto dall’esperienza concreta dei territori. Ci troviamo di fronte ad una fase in cui l’istantaneità della comunicazione investe la politica nazionale e internazionale. Tutto ciò che si dice, si scrive e spesso anche si pensa dura giusto le poche ore dettate da dinamiche su cui, ad oggi, abbiamo scarso potere di intervento, se si fa eccezione di quelle poche lotte in grado di dettare l’agenda politica (Studenti, donne, lavoratori). Ne consegue che Rifondazione Comunista ha oggi, tra i suoi compiti più importanti, quello di rappresentare una certezza costante nel tempo per le nostre classi sociali di riferimento, in grado di veicolare un messaggio e un’identità fissi, non suscettibili delle variazioni del “mercato” dell’informazione. Occorre avere la capacità di intervenire tempestivamente su tutto ma, al contempo, avere poche battaglie chiare per cui il partito sia sempre riconoscibile. Da questo assunto ne deriva che l’impostazione di lavoro “per progetti” ha senso soltanto se il risultato finale è in grado di produrre avanzamenti strategici su una azione di lunga lena, e non soltanto vantaggi tattici che possono facilmente essere messi a repentaglio da un quadro politico in frenetico cambiamento. Sarà in grado Rifondazione Comunista di prendere di petto le condizioni materiali del nostro paese alle porte del 2019 per svolgere quel compito di trasformazione sociale di cui il nostro popolo ha bisogno e che solo i comunisti possono mettere in atto? Solo il tempo ce lo dirà. Ma questo è il nostro compito: attrezziamoci al meglio per portarlo avanti.
*Responsabile Organizzazione uscente Giovani Comunisti/e