C’era una volta il 68

  • Posted on: 25 November 2018
  • By: Anonimo (non verificato)

Maria R. Calderoni
Bello e perduto. Cioè il 68, quell’anno lungo dieci. Cioè il 68-77, il decennio che all’epoca sconvolse (o forse no) l’Italia. Dimenticato in un ripostiglio. Già oggetto di plurime, disparate e passionali cure da parte di politica, stampa, establishment, polizia, servizi segreti, oggi ha l’aria di un caro estinto, a cui non si porta più nemmeno un fiore.
Eppure, ne ha combinate di tutti i colori, quel decennio. E di tutti i colori ne pretendeva. Qualcuna ne elenca Raul Mordenti in questo suo ultimo libro – “La grande rimozione. Il 68-77: frammenti di una storia impossibile” (Bordeaux, pag. 199, €16).
Vediamole, dunque, queste pretese sessantottesche. Democrazia diretta, rifiuto della delega, lotta di massa, diritti civili, libertà sessuale, più a sinistra del Pci, no al patriarcato, un ambiente vivibile, no alla anormale normalità del capitalismo, mobilitazione per il cambiamento dello stato delle cose presente, internazionalismo.
Scusate se é poco.
Non è questo mio un articolo che vuole dire la sua su quello che è stato o non è stato il 68; impresa che sarebbe da kamikaze,  dal momento che i libri scritti su tale argomento mi risulta siano a tutt’oggi almeno una ventina.
No, voglio solo “divertirmi” a fare un giretto, ad esempio, dentro quegli slogan che hanno contribuito a fare unico quel movimento.
Il più famoso resta sicuramente quel “Fate l’amore, non la guerra” (Make love, not war, nella versione inglese nota in tutto il mondo). Ma andiamo avanti, libero slogan in libero Stato.
“Lavorare meno, lavorare tutti”.
“Libertè– Egalitè – Fraternitė” (rubato alla Rivoluzione francese).
“Tremate, tremate, le streghe son tornate!”
“Colpirne uno per educarne cento”(slogan attribuito a Mao Tse Tung).
“L’ immaginazione al potere”
“Vogliamo il mondo e lo vogliamo subito”.
“Slogan libero e liberamente consentito”.
“La società dei consumi deve morire di morte violenta”.
“I frigoriferi sono le tombe della vostra libertà”(meglio la freschezza delle idee…)
“Chi s’accontenta non gode”.
“Con Marcuse, per una società erotizzata e nuova”.
“Lasciateci vivere”.
“Creatività, spontaneità, vita” (per così dire,la Trinità del ’68).
“E’ solo l’inizio, continuiamo la lotta!” (vi avevamo avvertito…).
“Ricchi godete, sarà l’ultima volta”.
“Disoccupati si nasce, precari si diventa” (non mancava un certo senso profetico…).
“Contro la depressione, fate la rivoluzione” (una specie di antidepressivo naturale).
“No alle droghe elettriche. La televisione fa male”.
“No agli specialisti della rivolta, sì ai rivoltosi della specie”.
“Il Piccì ma che cazzo sta a dì?”
“Sì alle emozioni, no alle mozioni”.
“Contro il governo del Capitale, la rivoluzione transessuale”.
“Godere operaio”.
“Apriamo le porte dei manicomi, delle prigioni, dei licei e degli asili nido”.
“Contro i sensi vietati, le strade del possibile”.
“Corri compagno, il vecchio mondo ti sta dietro”.
“Diamo l’assalto al cielo”.
“È proibito proibire”
“Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi!”
“Godetevela senza freni”.
“Il padrone ha bisogno di te, tu non hai bisogno di lui”.
“La fantasia al potere”.
“La noia è contro-rivoluzionaria”.
“L’immaginazione al potere”.
“Lotta dura, senza paura”.
“Mettete fiori nei vostri cannoni”.
“Non comprare la tua felicità. Rubala”.
“Non rivendicheremo niente, non chiederemo niente. Noi prenderemo, noi occuperemo”.
“Pagherete caro, pagherete tutto”.
“Prendete i vostri desideri per realtà”.
“Se non cambierà, lotta dura sarà”
“Vogliamo tutto e subito!”
“Una rivoluzione non si vota, si fa”.
“Non è che l’inizio. La lotta continua”.
 
Non so se ne ho elencato pochi o tanti, di
quegli slogan, geniali e “pazzi”; ma di sicuro rendono bene l’idea. E di già che ci sono, mi va di ricordare che poi ad accompagnare adeguatamente il movimento, ci furono anche le canzoni (non potevano mancare tra quei sessantottini giovani e belli).
Naturalmente, non proprio canzonette. Tra quelle adottate ed entrate nella colonna sonora del decennio, ci sono i brani di Amodei, Ciarchi,  Giovanna Marini, Ivan Della Mea, <tutti attivi a vario titolo nel recupero della tradizione popolare e molto lontani dalla musica commerciale, oltre che apertamente schierati>).
Ricordiamocele, quelle canzoni accompagnatrici.
Fausto Amodei: “Per i morti di Reggio Emilia”.
“Compagno cittadino, fratello partigiano,
teniamoci per mano in questi giorni tristi:
di nuovo a Reggio Emilia, di nuovo là in Sicilia son morti dei compagni per mano dei fascisti. Son morti sui vent’anni, per il nostro domani:son morti come vecchi partigiani”.
Ivan Della Mea. “O cara moglie”.
“O cara moglie io prima ho sbagliato, di’ a mio figlio che venga a sentire
che ha da capire che cosa vuol dire
lottare per la libertà”.
Giovanna Marini. “Se ci avessi cento figli”.
“(…)E’ una gabbia, un sistema perfetto,
chi non ci sta è matto! Abolite le scelte, inutile il consumo di beni della mente. Non puoi scegliere o pensare,
è inutile parlare,
resta solo l’illusione di essere ancora persone …Il padrone in veste nera
con la mano sopra il cuore: «Mi fa tanto dispiacere ma io vi debbo licenzià»
 
Paolo Ciarchi. “Piccolo uomo” .
“Piccolo uomo, oggi è la tua festa,
e la tua donna è pronta per l’amore;
tuo figlio è in piazza, grida la protesta
per il Vietnam; «Ma è così lontano!»
tu pensi e ridi, e poi scuoti la testa
e cerchi il seno caldo con la mano>…
 
Le cantiamo ancora, queste canzoni
 
… Grazie, bel Sessantotto.