Il Che vivo, 53 anni dopo

  • Posted on: 12 October 2020
  • By: Anonimo (non verificato)

di Hugo Moldiz Mercado *
L’8 ottobre segnerà 53 anni da quando il Che fu catturato e giustiziato il giorno successivo nelle terre boliviane su istruzioni delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti. E ci sono due modi per ricordare questa data: il primo, con il Che morto, come pezzo da museo o come parte di un libro, antico per gli anni, che deve essere spolverato di tanto in tanto per ricordare con nostalgia la sua nascita o il giorno della sua morte; il secondo è il Che vivo che è in continuo movimento nella più piccola molecola organica dei milioni di uomini e donne che lottano con forza per un mondo radicalmente diverso da quello della dittatura del capitale.
Il primo modo di ricordare il Che, reificato, è purtroppo presente in circoli ristretti di una certa sinistra che ha trasformato il pensiero e il lavoro di Guevara in una merce che, come tutte le merci, è feticizzata e provoca alienazione.
Il secondo modo, del Che vivente, è un pensiero e un esempio inesauribile che non può essere annientati perché più cercano un modo per farlo, più la sua amata presenza e il suo grido di lotta all’ultimo sangue contro l’imperialismo si moltiplicano a milioni.
È stato inutile che il Che fosse esposto nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande, quel 9 ottobre, poche ore dopo la sua vigliacca esecuzione, con la nefasta intenzione di ledere la sua dignità di uomo e di rivoluzionario. Come ha detto l’eminente intellettuale boliviano René Zavaleta, “l’ora degli assassini è allo stesso tempo l’ora in cui il Che entra nella storia d’America ma anche nella storia della Bolivia con le caratteristiche di un eroe nazionale “[1] .
Questo 8 ottobre ci trova come specie umana in un momento particolarmente complesso a causa della presenza di una pandemia che ha esposto ancora di più la crisi multidimensionale del capitalismo e del suo ordine civilizzatore: la modernità. Tuttavia, non è nostra intenzione analizzare ciascuno degli scenari in cui può iniziare a prendere forma un nuovo ordine mondiale, di cui non sappiamo se sarà più giusto o meno rispetto a quello attuale. Tanto meno identificare come si sta muovendo il rapporto di forze in un’America Latina in conflitto tra il progetto irrinunciabile di raggiungere una piena emancipazione o quello della conservazione e dell’approfondimento dei rapporti di dominio e subordinazione. Quello che non possiamo smettere di dire è che Cuba, Venezuela e Nicaragua continuano a resistere eroicamente ai molteplici attacchi degli Stati Uniti.
Il nostro interesse si centra sulla Bolivia, dove il prossimo 18 ottobre si svolgeranno le elezioni generali in cui – undici mesi dopo un colpo di Stato perpetrato contro la continuità del Processo di Cambiamento e della permanenza di Evo Morales-, si confronteranno due progetti nettamente differenziati. Da un lato, il recupero di una democrazia scolpita dagli umili, per gli umili e a partire dagli umili. Dall’altra il consolidamento di una democrazia di eccezione[2] che vuole essere ancora più limitata per i poveri della democrazia rappresentativa. In realtà, ciò che vogliono fare è chiudere tutti gli spazi di partecipazione politica del popolo con i nuovi tipi di colpi di Stato contenuti nella “Guerra giudiziaria” (Lawfare) e nelle Fake News.
Ma annullare la partecipazione e il protagonismo del blocco indigeno contadino, operaio e popolare non sarà facile. Dalla sua progressiva irruzione nella politica boliviana e dal suo evidente effetto statale sin dagli anni Quaranta [3] del XX° secolo, fino all’ascesa alla categoria di blocco al potere dalla seconda metà del primo decennio del XXI° secolo, il popolo (come categoria sociale e politica usata da Fidel Castro per riferirsi agli sfruttati e agli oppressi in cui non compaiono la borghesia e le sue frazioni), ha confermato in tutti i mesi successivi al colpo di Stato che riconquistare la piena indipendenza economica e la sovranità politica è la condizione e la necessità indispensabile per costruire una prospettiva post-capitalista.
Il processo di recupero dei livelli di organizzazione e consapevolezza di “quelli in basso” non è casuale. Ci sono due ragioni che lo spiegano: primo, la politica generale del governo de facto di Añez, basata su razzismo, corruzione, disprezzo per l’ambito popolare e la sistematica repressione fisica attraverso l’uso dell’apparato statale e dei suoi gruppi paramilitari finanziati e l’assoluta sottomissione agli ordini degli Stati Uniti.
In secondo luogo, è il risultato dell’accumulazione politica, organizzativa e di costruzione di coscienza accumulata nel corso di decenni, con le sue sconfitte e vittorie.
Ed è sul secondo fattore che voglio soffermarmi, per andare oltre la situazione boliviana e comprendere l’enorme peso e il significato storico del Che nella storia della Bolivia. Possiamo dire che ci sono tre fonti della rivoluzione boliviana: le ribellioni indigene contro il dominio dell’invasore europeo, le emergenze indigene, contadine e popolari che hanno raggiunto un certo grado di ribellione contro due decenni di neoliberismo e, infine, l’influenza politica e simbolica dell’impresa guerrigliera di Ñancahuazú.

  1. Le ribellioni indigene

Le ribellioni indigene si sono dispiegate con una forza insolita tra il XVI° e il XVIII° secolo al di fuori delle attuali configurazioni politico-statali, emerse nella prima metà del XIX° secolo. L’intero Abya Yala – che è il nome originale del continente americano – è stato teatro di massicce rivolte indigene contro la presenza dell’invasore europea, sin dal suo arrivo. Secondo la multiple storiografia disponibile, si stima che siano state più di 140 le rivolte nella regione andina, senza tenere conto delle altre decine di azioni militari e simboliche del XVI° secolo. Di tutte quelle ribellioni indigene nella regione andina, tra il XVI° e il XVIII° secolo, quelle più note sono quella del 1533 guidata da Manko Inka che terminò con l’assedio di Cuzco nel 1535, quella del 1534 guidata dall’indio Guama e la tenace resistenza di Tupac Amaru nel 1572. Ancora più notevoli sono le rivolte indigene di Tupac Amaru e Tupac Katari nel 1781, la cui forza si estese da quelle terre che oggi sono note come Bolivia e Perù, fino ai territori dell’Ecuador e della Colombia.
La resistenza indigena era facilmente spiegabile. Sebbene queste fossero società divise in caste, secondo cronisti come Bartolomé de las Casas prima dell’arrivo degli invasori la proprietà della terra ed il lavoro avevano caratteristiche comunitarie o collettive, c’era una piena integrazione dell’uomo con la natura e la forma di governo teneva conto di varie opinioni, così come le parole “tuo” e “mio” non erano conosciute nel linguaggio quotidiano. Il tipo di commercio praticato tra i popoli era guidato dalla soddisfazione dei bisogni e non dall’accumulazione, e utilizzava il baratto come la sua forma più importante. È il valore d’uso che guidava la produzione e la terra che, per gli indigeni, era il prolungamento del corpo, come affermato da Karl Marx.
È chiaro, quindi, che le ribellioni indigene all’invasione europea miravano a preservare un certo ordine di civiltà che non basava la sua riproduzione sulla proprietà e sull’appropriazione privata del territorio, della terra e di quello che si produceva. Non deve quindi sorprendere il carattere violento con cui gli indios si ribellarono alla pratica invasiva di sottometterli e farli lavorare con la forza nelle miniere e alla poca cura con cui si trattava il cibo, che portò alla morte di milioni di indigeni in condizioni di schiavitù, oltre alle malattie portate dall’Europa.
Con l’invasione spagnola, non solo l’Europa entra nella modernità, ma la terra cessa di essere l’estensione del corpo indigeno, viene promosso un processo in cui il produttore viene separato dai suoi mezzi di produzione e vengono messe in atto diverse forme di controllo del lavoro, insieme all’appropriazione del risultato di quel lavoro in base al criterio della superiorità dell’uomo bianco. L’edificio sociale costruito dagli invasori fu eretto sulla base del colore della pelle e anche la maggior parte della nobiltà indigena fu sottoposta alle più disumane forme di sfruttamento richieste dal capitale. Le “leggi delle Indie”, emanate con l’obiettivo di diminuire almeno un po’ il grado di sfruttamento selvaggio a cui erano sottoposti gli indigeni, non riuscirono a raggiungere il loro scopo.
Le gesta indipendentiste del XVIII° secolo non modificarono sostanzialmente quella realtà e la colonialità del potere acquisì nuove forme, nonostante il desiderio di Francisco de Miranda e Simón Bolívar, solo per citarne alcuni, di modificare le condizioni di esistenza degli indigeni e dei neri. In Bolivia, gli indigeni hanno continuato a essere esclusi dallo Stato apparente. Alla fine del XIX° secolo, gli indigeni furono usati dai liberali nella loro guerra contro i conservatori, per essere poi perseguitati e il loro leader, Zarate Willka, assassinato. Ed un evento così importante, anche se in ritardo, come la Rivoluzione Nazionale del 1952 (democratica borghese) rappresentò un certo grado di emancipazione dal neocolonialismo.
2. L’emersione contadina e popolare indigena contro il neoliberismo
Tra il 2006 e il 2019 si è svolto il processo più profondo della storia boliviana, caratterizzato da una rivoluzione politica che ha portato “quelli in basso” nel blocco al potere. Foto: Alejandro Azcuy Domínguez
 
La seconda fonte della rivoluzione boliviana si ha a partire dal 2000 ed è culminata, dal di fuori dello Stato, nel gennaio 2006, quando Evo Morales è diventato il primo presidente indigeno della Bolivia. L’insurrezione di “quelli in basso” acquisisce qualità politica nell’aprile del primo anno del XXI° secolo nella cosiddetta “guerra dell’acqua”, che non solo ha sconfitto i piani di privatizzazione dell’acqua, ma ha anche rivelato una crisi dello Stato, la quarta del Paese in tutta la sua storia, ma la prima che si è risolta a favore del campo nazionale-popolare-comunitario. L’assedio indigeno guidato da Felipe Quispe, il Mallku, si è tradotto in un cambiamento reale e simbolico nel potere degli indigeni nei confornti dello Stato repubblicano.
L’applicazione del modello neoliberista, influenzato dal “Consenso di Washington”, ha attraversato due fasi principali. La prima, tra il 1985 e il 2000, con una combinazione di privatizzazione e transnazionalizzazione dell’economia nazionale, con i suoi effetti nocivi e noti: distruzione della precaria industria nazionale, vendita di aziende statali, investimenti pubblici di Pirro (in media 350 milioni all’anno ), aumento della disoccupazione, disuguaglianza sociale, povertà e povertà estrema, la presenza degli Stati Uniti con il pretesto della guerra internazionale alla droga che ha portato alla repressione del movimento cocalero e alla violazione sistematica della sovranità nazionale. Tutto questo con una frammentazione delle classi dominate, un indebolimento dei sindacati e una rassegnazione al discorso sulla “fine della storia”.
La seconda (2000-2005), con il progressivo passaggio della frammentata lotta di protesta a livelli di maggiore coesione sociale, fino a passare dalla lotta sociale alla lotta politica in quanto tale. È il momento in cui “quelli in basso” diventano, come direbbe Gramsci, un blocco dirigente nonostante non abbiano ancora raggiunto il loro status di blocco dominante. E tra il 2006 e il 2019 si è svolto il processo più profondo della storia boliviana, caratterizzato da una rivoluzione politica che ha portato “quelli in basso” ad essere blocco al potere.
In questa seconda fase fu costruito il programma rivoluzionario dell’epoca – popolarmente noto come “Agenda di ottobre” – che fu concretizzato dal governo guidato da Evo Morales: nazionalizzazione del petrolio, recupero di altre risorse naturali ed aziende, sostituzione del modello neoliberista per un altro modello sociale-comunitario che genera eccedenze e le distribuisce a favore del popolo attraverso diversi meccanismi, così come il recupero della sovranità nazionale dall’ingerenza imperiale.
Ma al di là della strategia imperiale, che minaccia sempre i processi popolari nella regione, che fine ha fatto la cosiddetta Rivoluzione Democratica e Culturale visto che il colpo di Stato non è stato sconfitto? A questa e a decine di altre domande bisogna rispondere a partire da un alto senso della critica e dell’autocritica, nelle quali può essere di grande aiuto l’esempio del Che, eretico del marxismo come fu Fidel Castro.
3. Le gesta del Ñancahuazú
Ma torniamo alle fonti della rivoluzione boliviana con un orizzonte post-capitalista. Tra un evento storico (ribellione anticoloniale dei popoli indigeni) e l’altro (resistenza e vittoria contro il neoliberismo) c’è l’atto di Ñancahuazú, il cui valore storico ha cercato cancellare la storiografia ufficiale boliviana, sebbene sia stato anche minimizzato da un certo tipo di sinistra, vecchia e nuova, molto timorosa delle implicazioni storiche del trionfo della Rivoluzione cubana, del radicalismo del pensiero guevarista e dell’irruzione dei movimenti di liberazione nazionale.
Le gesta guerrigliere nel Ñancahuazú sono sicuramente la terza fonte dell’attuale rivoluzione boliviana. E quando si dice Ñancahuazú, si intende la presenza del comandante Ernesto Che Guevara, che entrò in Bolivia – scelto come teatro operativo per un progetto continentale – nel novembre 1966, per organizzare il progetto di emancipazione sotto l’influenza della vittoriosa Rivoluzione cubana.
Il 23 marzo si svolse, inaspettatamente e prematuramente, la prima battaglia tra la guerriglia e l’esercito regolare dello Stato boliviano.
Tra marzo e ottobre il movimento guerrigliero, che sarebbe stato battezzato con il nome di Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), ottenne importanti vittorie tattiche, sebbene a livello strategico, per diversi motivi ben studiati e controversi, non riuscì ad aumentare il numero dei combattenti e accrescere la rete di sostegno dalle città, in parte a causa di quello che allora fu descritto come l’”atteggiamento traditore” del Partito Comunista Boliviano (PCB) che, tramite il suo “primo Segretario”, non solo poneva condizioni inaccettabili, ma esprimeva anche una mancanza di comprensione della proiezione continentale, o almeno regionale, del progetto di emancipazione.
Molto è stato scritto sull’esperienza guerrigliera per spiegare le cause della sua irruzione e della sua successiva sconfitta militare. Per considerarlo come una delle fonti dell’attuale rivoluzione boliviana, è di particolare importanza politica e storica evidenziare quanto segue: l’effetto delle gesta guerrigliere e la proposta avanzata dal gruppo insorgente per la Bolivia.
Il Che fu assassinato all’alba del 9 ottobre 1967 in una piccola scuola a La Higuera, umile paesino di Vallegrande, per ordine dell’imperialismo statunitense. Ma nella vita ci sono morti che non muoiono mai, ed il Che è uno di loro. Le classi dominanti e le pallottole imperialiste, sotto l’influenza della “Dottrina per la Sicurezza Nazionale” degli Stati Uniti, cercarono di distruggere il significante del comandante guerrigliero e dell’orizzonte per il quale ha combattuto fino alla morte con i suoi compagni.
Ma gli apparati ideologici dello Stato non sono mai riusciti a distruggere la forza del suo pensiero rivoluzionario e il suo impatto sui popoli oppressi del mondo. Non c’è dubbio che la decisione di porre fine vigliaccamente alla vita dell’argentino-cubano obbediva ad una certezza che aveva l’imperialismo: la scomparsa del Che avrebbe oscurato e distrutto la proiezione del suo pensiero e della sua azione. La sua morte doveva essere l’esempio che non c’è forza alcune sulla terra in grado di sconfiggere il potente, l’unico padrone del mondo.
L’imperialismo aveva torto. La classe operaia boliviana uscì dal suo isolamento, il movimento contadino iniziò un percorso accelerato di rottura con il nazionalismo, particolarmente di destra, e ampi strati urbani si schierarono nel campo militante dell’antimperialismo e della scommessa per il socialismo.
Il Che si trasformò in un simbolo di lotta, resistenza, umanesimo e antimperialismo. Il suo esempio spinse Inti Peredo, sopravvissuto alla guerriglia di Ñancahuazú, a riorganizzare rapidamente l’ELN con la partecipazione dei giovani più brillanti dell’Universidad Mayor de San Andrés de La Paz, con l’obiettivo di mantenere la promessa di “Torneremo in montagna.” La promessa fu mantenuta nel 1970. Il teatro delle operazioni fu la città di Teoponte, a nord di La Paz. Inti non guidava la colonna della guerriglia, perché mesi prima era stato assassinato nella città di La Paz e spettò a Oswaldo Chato Peredo assumersi quella responsabilità.
Il tentativo guerrigliero fallì, ma lasciò, sebbene meno chiaramente di quello di Ñancahuazú, lezioni politiche e militari che il movimento progressista e rivoluzionario incorporò nella sua memoria storica. C’è un effetto collaterale delle esperienze guerrigliere di Ñancahuzú e Teoponte, ma non meno importante, ed è l’approvazione del Manifesto di Tiahuanaco, nel 1973, quando il movimento indigeno rompe con il Patto Militare-Contadino, si forgia nuovamente come forza sociale autonoma e nel 1979 dà vita alla Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia (CSUTCB) che, nel novembre dello stesso anno e in alleanza con il proletariato minerario (FSTMB), fa parte del blocco popolare che in soli quindici giorni rovescia il governo militare del colonnello Natusch Busch, instaurato il primo giorno di quel mese.
Il Che, trasformato in simbolo di lotta, era presente anche nella resistenza alla dittatura del generale Banzer (1971-78), e non è esagerato affermare che erano militanti dell’ELN la maggior parte degli assassinati da uno dei governi più sanguinosi della storia boliviana.
Nonostante i risultati militari delle esperienze guerrigliere di Ñancahuazú e Teoponte, e della macchina omicida che la dittatura di Banzer mise in moto negli anni ’70, il pensiero e l’azione del Che furono definitivamente incorporati da ampi strati di ceti medi urbani boliviani e da molti dirigenti sociali e politici che, dalle loro posizioni, iniziarono a seminare allora ciò che il popolo boliviano sta cominciando a raccogliere oggi. Molti dei militanti elenos parteciparono alla costruzione dello “Strumento Politico” che in seguito divenne il MAS e alcuni ricoprirono anche incarichi importanti nell’amministrazione di Evo Morales. Tra i più importanti possiamo citare Antonio Peredo, in qualità di senatore; Nila Heredia, che è stata Ministra della Sanità; José Pimentel, ministro delle Miniere, Osvaldo “Chato” Peredo, consigliere del dipartimento di Santa Cruz, e altri.
Un secondo aspetto da evidenziare della guerriglia di Ñancahuazú è la proposta fatta dal Che e dall’ELN per la Bolivia, e che oggi acquista un’importanza storica poco conosciuta che va riscattata. Trentuno anni dopo l’assassinio del Che, l’allora quotidiano Bolivian Times di La Paz pubblicò un documento scritto a mano in un piccolo taccuino, in possesso del generale in pensione Jaime Niño Guzmán per tutti quegli anni.
Come sostiene lo storico boliviano Carlos Soria Galvarro, il manoscritto programmatico è scritto con la “calligrafia” [4] di Ernesto Guevara poco prima che si combattesse il primo combattimento. Il documento pubblicato nel 1998, intitolato “Popolo della Bolivia, popoli d’America” ​​ha un’introduzione di tre paragrafi e una spiegazione della causa della rivolta armata attraverso cinque punti programmatici molto concisi, di cui il quarto punto è approfondito con sei incisi.
Con uno sguardo che tiene conto del contesto in cui è stato redatto il documento programmatico, segnaliamo alcuni tra i punti più importanti: lottare per garantire la piena indipendenza della Bolivia, dominio sui mezzi di produzione attraverso la nazionalizzazione di tutte le proprietà imperialiste, una nuova società (socialista) con la partecipazione combattiva di contadini e operai (in quest’ordine, sottolineato dall’autore di questa nota) e l’acculturazione e la tecnicizzazione del popolo boliviano “utilizzando nella prima fase l’alfabetizzazione nelle lingue vernacolari”, tra gli altri.
Il manifesto sancisce il pieno impegno del Che con il suo sguardo anticoloniale e antimperialista, ma soprattutto la sua eredità per la Bolivia. La prima parola d’ordine del punto quattro, quando si propone la “democratizzazione della vita del Paese con la partecipazione attiva dei più importanti nuclei etnici alle principali decisioni di governo”, potrebbe essere letto alla luce del Processo di Cambiamento come Stato Plurinazionale, egemonia indigena e operaia al potere e una democrazia oltre i limiti della democrazia rappresentativa.
Sebbene oggi il concetto di nuclei etnici possa essere messo in discussione, è anche evidente che non c’è posto per ignorare il modo rapido in cui il Che ha assunto il carattere di indigenità plurinazionale in Bolivia. Criticare Guevara per l’uso di questo concetto, senza apprezzarne la dimensione e la proiezione storica, è come criticare Aristotele, considerato da Marx il filosofo più brillante dell’antichità, per non aver scoperto la Legge del Valore ai suoi tempi.

[1]Zavaleta, René. El Che en Churo. Plural Editores, La Paz, 2013. Opera completa, t 2, p. 632
[2]Per l’autore, ciò che gli Stati Uniti stanno mettendo in moto in Paesi come la Bolivia e l’Ecuador è una “democrazia d’eccezione”, come una nuova forma di dominio.
[3] Negli anni Quaranta si verificarono tre eventi abbastanza complessi: il massacro nel distretto minerario di Catavi nel dicembre 1942, che è il modo in cui il proletariato minerario boliviano entrò in politica, come sostiene Zavaleta; poi l’approvazione della Tesis de Pulacayo, nel novembre 1946, che segna una pietra miliare nella lotta dei lavoratori del sottosuolo contro il capitalismo; infine, la formazione di una potente brigata parlamentare proletaria che fa sentire la sua voce nel Parlamento nazionale.
[4]Carlos Soria Galvarro: Andares del Che en Bolivia, Editorial Ministerio del trabajo, Empleo y prevision social, La Paz, 2016, p. 3

*È un avvocato boliviano, comunicatore, professore universitario, ricercatore, master in Relazioni internazionali e corrispondente per agenzie di stampa internazionali. Ha assessorato diverse commissioni dell’Assemblea costituente della Bolivia.
E’ stato Ministro con Evo Morales e in seguito assessore per la Presidenza per circa due anni e mezzo. Dal 10 novembre 2019 è rifugiato nell’Ambasciata del Messico a La Paz, ostaggio del governo golpista boliviano.

Traduzione di Marco Consolo
FONTE: http://www.cubadebate.cu/especiales/2020/10/08/el-che-vivo-53-anos-despues/
 
Il Che