Dieci anni dopo la sua scomparsa, ricordando Adriana Zarri

  • Posted on: 19 November 2020
  • By: Anonimo (non verificato)

Il 18 novembre di 10 anni fa ci lasciava la compagna Adriana Zarri. La ricordiamo con una intervista collettiva all’associazione che ne coltiva il prezioso lavoro e pubblicata su Transform Italia alcune settimane fa e realizzata dal nosto Alberto D’Ambrogio

A dieci anni dalla scomparsa di Adriana Zarri la sua voce è più viva che mai. Un’intervista collettiva all’associazione che ne cura l’eredità
Sono ormai trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Adriana Zarri, una grande donna del ‘900, che ha saputo lasciare un segno indelebile in tutti i campi che ha attraversato. Questo decennio è stato un decennio molto complicato, a tal punto che da più parti si è parlato di una ormai evidente crisi di civiltà. Le sue parole oggi sarebbero certamente acqua di fonte, ma è chiaro che per chi cerca ancora soluzioni per un mondo migliore può, in ogni caso, abbeverarsi tranquillamente a tutto ciò che Adriana ci ha lasciato in eredità attraverso scritti, filmati, semi posti nelle persone che l’hanno incontrata. La sua, dunque, è solo apparentemente un’eredità intestata. Certo il suo carisma non è duplicabile, ma è ancora fecondo.
Ho personalmente conosciuto Adriana Zarri nel 2004 in occasione della sua candidatura alle elezioni europee. La sua salute già non era ottima, ma volle accettare con serietà quella occasione d’impegno. Non potendo gestire una campagna elettorale “ordinaria”, decidemmo insieme di realizzare un video presso la sua austera casa di Crotte di Strambino; attraverso quel supporto le sue argomentazioni arrivarono comunque felicemente a migliaia e migliaia di persone. Non fu facile arrivare alle riprese. Adriana volle prima incontrare me e un piccolo gruppo di compagne e compagni tra cui Patrizia Sentinelli, per capire bene quali fossero le nostre richieste, le nostre valutazioni, i nostri progetti e il nostro tratto umano. L’incontro fu lungo e le parole della donna gracile che ci sedeva di fronte fluivano calme e nette a volte taglienti, quasi provocatorie. Anche questa era Adriana Zarri. Chi oggi sarebbe così serio e versato nell’approfondimento critico prima di cimentarsi in una pubblica battaglia delle idee?
Sul territorio che l’ha ospitata per un lungo tempo è nata e opera un’associazione denominata “Amici di Adriana Zarri” (adrianazarri.it). Le donne e gli uomini che la compongono svolgono un importante lavoro su più versanti per cercare di proiettare nel futuro il lascito zarriano. Si incontrano periodicamente, curano un archivio che si sta arricchendo, curano la riedizione di libri come è stato per il miliare “Un eremo non è un guscio di lumaca”. Insieme hanno accettato di rispondere alle domande di questa intervista. Li ringraziamo. Il nostro è un grazie secondo la lezione di Adriana, nel dirlo ribadiamo dunque la necessità tutta umana di dipendere gli uni/e dagli/dalle altri/e.

Carissimi/e, iniziamo da voi. Volete dirci un poco meglio come è nata la vostra associazione, quali sono le storie delle persone che ne fanno parte e quale il ventaglio di attività complessivo a cui state lavorando? So che avete anche giovani che forse Adriana non l’hanno neanche conosciuta…
L’associazione è nata nel 2012 per poter ricevere l’eredità materiale di Adriana che consisteva nei diritti dei suoi libri. Le disposizioni testamentarie li lasciavano infatti ad un’associazione dedicata a questioni religiose in senso lato. Gli amici più stretti si sono quindi riuniti formalmente nell’Associazione Amici di Adriana Zarri. Lo scopo principale è quello di far conoscere la sua teologia e il suo pensiero attraverso gli scritti o eventi di carattere culturale. Continuano gli incontri mensili di approfondimento dell’attualità, attraverso ospiti esterni e in modo continuativo l’ascolto della Parola e le riflessioni di Padre Ernesto Vavassori cercato e scelto da Adriana. Nel tempo si sono unite persone nuove che non l’hanno conosciuta ed appassionati del suo pensiero che ritrovano con noi all’eremo la sua presenza viva.
La spiritualità di Adriana era molto moderna. Il suo approccio panenteista aveva colto il legame profondo di tutto con tutto nell’universo, facendo sentire Dio meno lontano e astratto. I sensi, il cambiare delle stagioni, la bellezza di un fiore o di un cielo stellato sono più rivelatori del divino di un dogma. La terra cessa di essere uno scoglio inerte e diventa organismo vivente da cui noi tutti proveniamo all’interno di una evoluzione complessiva. Su questa linea di pensiero hanno lavorato, per altri versi, teologi come Leonardo Boff e, per stare qui da noi, un prete come Paolo Scquizzato. Quali spazi di sviluppo intravedete per questo tipo di spiritualità e su quali attori è possibile puntare per farla crescere?
La teologia di Adriana Zarri, in quanto basata sulla Rivelazione trinitaria, può leggersi in chiave panenteista e non, conseguentemente, panteista. È solo facendo entrare Dio nel mondo come sarx, in modo diretto, che esso può essere pensato come Trinità senza cadere nel triteismo. La trinità è dedizione di Dio al mondo, è la theosis, la divinizzazione del mondo a cui sono destinate tutte le cose secondo le parole dell’apostolo Paolo per il quale Dio diverrà «tutto in tutti» (1Cor 15,28). È solo la storia dell’impegno di Dio con il mondo che può verificare e dichiarare Dio come trino in se stesso, cioè come Trinità immanente. (Tale considerazione del rapporto Dio-mondo conseguente al pensare Dio come Trinità ha portato in effetti molti teologi a parlare di panenteismo, sebbene sia una definizione che vada presa con le pinze). È comunque meglio, per Adriana, parlare di fondamenta trinitarie della realtà. Lei era molto legata alla interessante interpretazione trinitaria avallata dal teologo Piero Coda. Ma ciò emerge in modo chiaro in tutte le sue opere.Rimandiamo poi ad un bellissimo articolo in merito pubblicato sulla rivista “Il Gallo” scritto dal teologo Giannino Piana. Come emerge chiaramente dal suo libro più celebre, Erba della mia erba, la teologia trinitaria in Adriana contesta l’immagine teistica di Dio filtrata nella mentalità corrente e spesso anche nella teologia, e mette in luce la ricchezza del Dio della Rivelazione, la cui unità ospita la pluralità, la dialettica, il dialogo, la comunione. E mentre il Dio monolitico dei filosofi sembra avallare un modello di società uniforme, rigida, autoritaria e assolutistica (il Dio padre/padrone contestato dalle femministe) un Dio trinitario suggerisce una realtà pluralistica, duttile, dialogica. La mancanza di dimensione trinitaria nella vita ecclesiale, per Adriana, favorisce il sospetto per il dialogo, il pluralismo, la confusione tra pace e non belligeranza, quieto vivere, nella rimozione delle conflittualità; la confusione tra unità e uniformità (l’unità politica dei cattolici, la monodisciplina ecclesiastica..), tra semplicità e semplicismo, con i connessi equivoci di una religiosità elementare e superstiziosa contrabbandata per “fede dei semplici”, quando sovente è solo primitivismo sacrale. Il Dio trinitario, cui è centrale il concetto di crisi, sottopone a un vaglio di purificazione le nostre realtà istintive per farle maturare nell’infanzia sapienziale (l’infanzia del Regno) che è altra cosa rispetto all’infantilismo. Anche le odierne problematiche culturali ed ecclesiali sono state da lei esaminate alla luce di una lettura critica, nel senso profondo della crisi e della crisi trinitaria, crisi di Dio stesso, la sua rottura e ricomposizione nell’unità creata dallo Spirito sulla diversificazione e la dialettica del Padre, del Figlio e dello stesso Spirito. Dio, nella visione trinitaria di Adriana, è insieme crisi e catarsi, rottura e ricomposizione, essere e divenire. La stessa categoria di crisi nella Trinità la ritroviamo in ogni realtà creata, in un riscontro ontologico, strutturale e, nell’uomo, anche psicologico, e talora drammatico. In ogni realtà creata c’è qualcosa di generico, di monolitico, di amorfo che si articola, e attraverso una crisi di specificazione pluralistica, raggiunge, alla fine, l’unità. Il concreto, come piena manifestazione del divino, mi sembra la cifra di quella che chiamerei la sua teologia della terrestrità, dove il finito viene affermato nel suo valore di finito (il pane come pane e la rosa come rosa….) senza proiezioni o sublimazioni spiritualistiche, né cadute o diffidenze nichilistiche. Perché il finito non è casuale, pur non essendo necessario; la sua contingenza non è l’alea ma la duplice libertà che lo disegna; la libertà di Dio che lo dona e la libertà dell’uomo che lo accoglie e condivide. E questo rapporto alle cose ridefinisce anche l’identità dell’io. Anch’io sono un povero di Dio, un essere di bisogno a cui Dio destina il suo mondo, degno di rispetto e tenuto a rispettarmi. Se il finito è benedizione, lo sono anche i miei bisogni nella loro finitezza: non ho più bisogno di legittimarli facendone segni o preparazione del desiderio di Dio, dell’anelito verso l’Infinito. Accettarmi finito, terrestre, mortale, non per rassegnazione ma per consentimento alla creazione, è anche ritrovare il senso genuinamente biblico della risurrezione oltre la morte
Adriana non amava i “guardiani del sabato” e aveva come bussola per la sua vita la necessità di liberarsi da ogni potere: solo chi perderà la sua vita la potrà  trovare. Pensava poi che fosse difficile stabilire chi era credente e chi no: non bastava certo per lei dichiarare di credere nelle verità di fede per esserlo. Il punto dirimente, semmai, era la sequela di Gesù nei fatti. Questa visione richiede rigore ed apertura, critica, impegno su se stessi. Nello stesso tempo è una delle basi sicure per dare un altro segno al modo, tanto più oggi. Dal vostro osservatorio quali aperture vedete per una pratica concreta di questo insegnamento? Quali convergenze ecumeniche e sociali si dovrebbero attivare per stare all’altezza della sfida intransigente di Zarri?
Tutto parte dal Sacerdozio Regale, per utilizzare un’espressione coniata da Evdokimov, affidato a ciascun cristiano. Per Adriana non esiste una separazione tra stato laico e “consacrato” (per lei tutta la realtà è consacrata all’amore di Dio): ognuno di noi, se davvero cristiano (nell’ottica della nostra fede, evidentemente) è chiamato a farsi monaco, cooperando così alla perenne costruzione del Regno. Per Adriana l’aspetto ecclesiale, ecumenico ha valore soltanto nella prospettiva della riscoperta di questo mandato sacerdotale affidato a ciascun battezzato e, al di fuori della Chiesa, a ciascun “uomo di buona fede”. Inoltre il forte interesse per la mistica e il cristianesimo delle origini l’ha sempre posta in una posizione di difesa dell’autonomia personale di gestione della fede e della vocazione spirituale degli uomini.
Da pochi giorni non è più un’altra grande donna del 900: Rossana Rossanda. L’amicizia tra Adriana e Rossana fu vera e profonda, come voi stessi avete ricordato con una bella lettera scritta per ricordare la fondatrice de “Il Manifesto”. So che Rossanda consigliò ad Adriana di perseguire sino in fondo la scelta della vita eremitica in un momento in cui lei era un poco in difficoltà a seguito di una esperienza di vita in comune fatta in provincia di Cuneo. Un consiglio azzeccato, una sensibilità unica correva tra le due. Con voi però nessuna nostalgia, né Adriana, né Rossana lo avrebbero sopportato. Vi chiedo invece di dirmi se intorno a questa amicizia, sugli eventuali materiali documentali esistenti, intendete sviluppare una qualche iniziativa. In fondo, con Benjamin, mi vien da dire che da Adriana e da Rossana “siamo attesi”, c’è qualcosa di non finito da loro che tocca a noi fare per quel che possiamo, che ne dite?
Del legame con Adriana Zarri la Rossanda ha dato conto nella bellissima introduzione a “Un eremo non è un guscio di lumaca”, affermando in seguito di aver detto lì tutto quanto vi era da dire in proposito. Era un’amicizia forte, come ci si poteva aspettare da loro. Ha ragione Rossana, li ha detto tutto, tutto ciò che desiderava dire e noi che le abbiamo conosciute entrambe, rispettiamo il suo desiderio.
Un’ultima domanda. Vicino a voi continua ad abitare Luigi Bettazzi. A 90 anni continua con il suo esempio semplice a essere un punto di riferimento. Anche Adriana ebbe buoni rapporti con lui che, se non erro, cercò per lei la sistemazione a Crotte di Strambino. Ora quella casa, che Adriana aveva plasmato secondo il suo gusto così originale, quella bella unione di natura e costruito dove i gatti stavano a loro agio rischia di essere venduta. Cosa pensate di fare affinché questa ipotesi sia scongiurata e il luogo possa semmai diventare centro definitivo per la cura, la valorizzazione e la diffusione dell’eredità zarriana?
Adriana era anche e soprattutto il suo eremo, per noi lo è tuttora. La ritroviamo nella sua stanza rimasta come l’ha lasciata, nelle due cappelle. In ogni rosa, arbusto, albero, filo d’erba. Venderlo significherebbe non permettere ai lettori e agli estimatori di leggerne una parte dell’opera. Speriamo ancora che la diocesi ci ripensi e possa cercare con noi qualche ente o fondazione che, attraverso la sua ristrutturazione, ci permetta di veder nascere un centro culturale che ne ricordi la spiritualità così originale e si faccia promotore a suo nome di studi legati alla mistica e al dialogo interreligioso.